I gatti non hanno nome

I gatti non hanno nome
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Mentre i suoi genitori partono per un lungo giro dell’Europa, la narratrice (il cui nome non viene mai specificato) viene ospitata dai suoi zii, che decidono di approfittarne anche per farsi dare una mano nella loro clinica veterinaria. Zio Fin, a capo di quel mondo animale nella caotica Repubblica Dominicana, le insegna i rudimenti del mestiere di segretaria tuttofare, facendola affiancare dal suo capace collaboratore, Rada, un enorme haitiano addetto alla tolettatura e pulitura degli animali, a cui non piace molto parlare ma che quando lo fa rende zucchero ogni parola detta. Tra gli animali da curare e i loro padroni preoccupati, scrive con dedizione elenchi di nomi papabili per una gattina anonima a cui inizia a voler bene; e assiste alle sfuriate di gelosia di sua Zia Celia, architetto di fama con le mani in pasta in diversi progetti e la rabbia facile “al neon”, e alle scappatelle buddiste di suo zio che impara i dettami della pratica zen per allontanarsi dal cappio familiare. Le sorprese della sua storia familiare però non mancheranno di farsi vive durante quell’estate torrida, in cui si trova sola ad affrontare la consapevolezza di se stessa, la scomparsa di una gatta senza nome che rischia anche di diventare sugo al ragù di tossici affamati, l’esuberanza della sua bella amica italiana, Vita, innamorata della vita e forse anche di Uriel, quel cugino riapparso chi sa da dove…

Rita Indiana scrive esattamente come fa musica. Il suo merengue alternativo e i suoi video colorati stile anni ‘80 sono ormai di culto nel suo Paese (è la voce solista e la fondatrice della band dominicana Rita Indiana y los misterios). E quindi ovviamente la musica qui la fa da padrone, persino quella italiana, persino Jovanotti (anche se dopo aver letto la nota della traduttrice viene il dubbio che alcune “presenze” italiche siano solo frutto di una scelta di adattamento per i lettori nostrani), pronta a scandire i vari capitoli di questo bildungsroman latino. Questo romanzo perciò non ammette distrazioni, è necessaria una lettura attenta, partecipata per non perdere il filo della narrazione ritmata, veloce, in cui come un bel patchwork colorato gli elementi si sovrappongono, i personaggi si ritrovano, le vicende sono determinanti per capire ciò che verrà dopo o quello che è stato detto prima. La famiglia sconclusionata della protagonista ‒ quasi una versione caraibica dei Malaussène ‒ è la forza di questa storia che si conclude così come ha inizio, con un dato di fatto. Il linguaggio è giovane, fresco, in linea con il personaggio che ci introduce al suo mondo attraverso questo strano diario di bordo. Tutto è vissuto “di pancia”, come ci si aspetta ovviamente da un’adolescente latina, anche se con un pizzico di comprensibile confusione, come la propria presunta omosessualità o le scoperte che si possono fare casualmente guardando da un buco di un armadio durante una folle festa post concerti.

 

 

 

 
 
 
 

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