I giorni che non ho vissuto

I giorni che non ho vissuto

Bita siede accanto alla signora Riahi, di nuovo in quella casa, dopo ventun anni. Ha accettato di tornare da lei per l’insistenza e il pianto della mamma. La signora Riahi ha chiamato la vicina dopo anni che non si faceva sentire, una telefonata lunga più di un’ora. La prossima settimana tornerà il figlio, Omid, amico di infanzia di Bita, e la signora Riahi o semplicemente Mahshid, che ora la chiama “Bita cara”, ha pensato che la sua presenza lo avrebbe convinto che tutto è rimasto come quando è partito, come la sua camera che non ha toccato, dove la tappezzeria è sbiadita e le cose sono invecchiate in attesa del suo ritorno. Mahshid li ha traditi entrambi. Bita sente l’odio, l’insofferenza per quella donna, invecchiata, canuta, con le rughe intorno agli occhi, che le accarezza i capelli e il mento con la sua mano fredda, che le ha preparato i piatti preferiti, che continua a fare domande e intanto l’osserva per scoprire i suoi segreti più intimi. Non le piace, non si fida. È ingrassata e si muove indolente come malignamente ripeteva a tutte le allieve della scuola un po’ sovrappeso. Mahshid le chiede se ha visto la sua vecchia casa che adesso è cresciuta di diversi piani. Bita vorrebbe rivedere il terrazzo sul tetto dove ha conosciuto Omid e da dove lui, nascosto dietro al cornicione, l’ha guardata partire, ma non lo dice, non vuole darle soddisfazione. Ha trentacinque anni e le brucia ancora a delusione di non essere riuscita a convincere i genitori a farla rimanere con il domestico Mandali, a non trasferirsi con la famiglia. Il giorno prima, l’ultima volta che si sono visti, Omid l’aveva accusata di averlo ingannato, lei gli aveva promesso che si sarebbero arruolati insieme alla moschea e invece…

I giorni che non ho vissuto è opera di Leyla Qasemi, giovane scrittrice iraniana al suo primo romanzo, che rientra nel progetto editoriale “Gli Altri”, con il quale la casa editrice Brioschi vuole dare voce a autori di paesi che intrecciano da millenni la loro cultura e realtà socio-economica con quella occidentale. L’incontro forzato tra la mamma e un’amica d’infanzia di Omid, che sta per tornare a casa dopo due decenni di assenza, è lo spunto per rileggere la memoria dell’ultima guerra in Iran con un’ottica tutta femminile. La voce narrante è quella di Bita, che con un flusso continuo di pensieri, lascia emergere sentimenti, recupera ricordi, rilegge la sua vita e recupera la libertà di essere se stessa. Pagine che raccontano con delicatezza e profondità l’animo di queste donne diverse per età, carattere, formazione e esperienze. L’autrice trasmette con grande maestria la riluttanza e il lento, progressivo riavvicinarsi tra i due personaggi, il superamento delle incomprensioni, lo svelamento delle menzogne, in un’alternanza di salti temporali che illuminano momenti passati e presenti di questo martoriato paese. Da segnalare la traduzione di Roja Ebraihimi che utilizza un linguaggio fresco, frutto di un’attenta e accurata ricerca dei vocaboli e di un’efficace restituzione del ritmo narrativo.

 


 

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