I giorni dell’ombra

I giorni dell’ombra

Vittoria, Maria, Mirella e Michele compongono una famiglia disfunzionale. Il maschio è padre e marito violento, Mirella è madre succube e estraniata, le due figlie l’una agorafobica (Maria, la minore) e l’altra preda di attacchi di panico e talmente asservita al padre da uscire di casa il meno possibile e sempre lontana dalla folla, appiccicata ai muri. Vittoria ha 26 anni, il suo mondo dondola tra il suo appartamento e il palazzo di fronte che scruta e indaga dalla finestra. Spia l’amica Lisa e il giovane e aitante Daniel, scrittore moldavo di cui è ossessivamente innamorata. La sparizione improvvisa di Lisa la insospettisce al punto da indagare e uscire a poco a poco dal suo guscio, affrontando il mondo esterno, raggiungendo la consapevolezza che vivere nella costante paura delle botte del padre e quindi, alla fine, non vivere, è una situazione superabile. Quando sembra che Daniel ricambi il suo amore, la terribile scoperta della fine di Lisa e la verità sulla sorella Maria, rimescoleranno le carte in maniera inaspettata…

Sara Bilotti, traduttrice e scrittrice napoletana, approda a questo thriller dopo aver scritto una raccolta di racconti e una trilogia di romanzi edita da Einaudi (L’oltraggio, La colpa, Il perdono). Molte sono le attinenze col film diretto da Alfred Hitchcock nel 1954, La finestra sul cortile (tratto dal racconto Rear Window di Cornell Woolrich): la finestra da cui Vittoria osserva il suo microcosmo, la sparizione misteriosa di Lisa, la quasi impossibilità di Vittoria di uscire da casa (come Jeff bloccato dalla gamba rotta sulla sedia a rotelle). Tutto ciò sottolineato non come difetto ma come valore. Bilotti tiene le redini del thriller con grande padronanza, si dimostra profonda conoscitrice delle zone d’ombra dell’ inconscio, dei meccanismi degli attacchi di panico e dell’agorafobia; dipana la storia in modo molto efficace, tenendo il lettore stretto tra le pagine fino a scioccarlo con un finale inimmaginabile. Anzi, con un doppio finale. Ci tiene la mano per farci giungere ad una possibile soluzione del mistero della scomparsa di Lisa, che poi si rivela impressione esatta, per poi sconvolgerci con qualcosa di assolutamente imprevedibile e lo fa con enorme potenza. La stessa potenza con cui traccia le figure principali del libro. Il suo bisturi affilato intaglia la figura violenta del padre padrone senza fronzoli inutili, senza banalità e non facendolo diventare uno stereotipo (trappola in cui è facile cadere): due, tre incisioni dirette e precise che rendono Michele un personaggio dalla doppia faccia (colpo da maestra che trarrà in inganno il lettore). Mirella appare come la donna ritratta da Degas ne L’absinthe: un corpo vuoto perso nella sua assenza, Maria una ragazzina divorata dalla propria fobia e dipendente dalla sorella. E Vittoria? Come non provare empatia per questa giovane donna che vive nella costante paura che scoppi la Tempesta (il carattere maiuscolo dà l’impressione che si tratti di qualcuno in carne ed ossa), che suo padre smuova il mare grosso e imperioso dentro casa, a suon di ceffoni e di capelli strappati? Si vorrebbe a volte quasi poter entrare nella storia per difenderla, per aiutarla a uscire da quella famiglia melmosa e disgraziata. Ma Vittoria non è quel che sembra. Ed è così ben agghindata dall’autrice, per farci cadere tra le sue spire, che una volta arrivati all’ultima pagina, l’istinto è quello di percorrere il libro a ritroso, per giustificare a noi stessi la bocca aperta che scopriamo avere dopo l’ultima parola.



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