I lanciafiamme

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1976. La chiamano Reno per via delle sue origini. Ama l’arte e le motociclette. A bordo della sua Valera nuova di zecca sta attraversando il Nevada “tra bordelli e cantieri in demolizione, l’enorme ansimante centrale elettrica e le sue matasse di bobine, molle e staccionate – un treno merci di tanto in tanto e il sinuoso Truckee in secca estiva”. Fernley, Lovelock, Winnemucca, Valmy, Carlin, Elko, Wells si susseguono una dopo l’altra. Finalmente una pausa, solo cinque minuti (“Come se, rimanendo più a lungo, potessi intaccare quel luogo indicato dalla mappa”) in una area di sosta per camionisti. Una birra e cento pensieri: lo zio Bobby che si guadagnava da vivere trasportando rifiuti e sul letto di morte in ospedale muoveva a scatti la gamba cercando di premere la frizione; la madre centralinista, il padre che se ne è andato di casa quando Reno aveva tre anni e tutti a dire che “era stata una liberazione”; il fidanzato di Reno, Sandro Valera – sì, come la moto – che ha quattordici anni più di lei ed è un artista di successo, uno che conta nell’ambiente, con tante donne che gli ronzano intorno. E chissà se qualcuna non è riuscita a sedurlo, ora che lei è lontana. Non è una gita in moto, quella di Reno. Non solo, almeno. È diretta alle Bonneville Salt Flats, le immense saline sulla cui superfice si tentano sempre i record di velocità. Vuole tracciare con la sua moto una traiettoria che diventerà una installazione artistica. Sandro ha detto “Una linea attraverso le saline. Sarà fantastico. E geniale”. Quando era piccola Reno sciando sulla Sierra Nevada sognava di disegnare sul volto della montagna, tracciando enormi, eleganti linee (“le discese con gli sci erano disegnare nel tempo”). Il viaggio in sella alla Valera prosegue finché la ragazza, stremata, non decide di fermarsi in un motel sul confine dello Utah. Nessuna camera libera. Il figlio del proprietario la rassicura, dice che troverà una soluzione. Però prima potrebbero bere qualcosa insieme, no? Sì, certo. Sempre la stessa storia…

Nel costruire il profilo della protagonista de I lanciafiamme, Rachel Kushner ha palesemente pensato alla sua stessa vita di natìa dell’Oregon, cresciuta nei Seventies da due genitori beatnik, amante dell’arte, dell’Italia – dove passò un anno come studentessa – e delle moto Guzzi. Ma non è la complessità estetica di Reno (che pure ha la sua importanza, eccome) il segreto del fascino di questo acclamato romanzo, che detto tra noi ha avuto nel nostro Paese molto meno successo di quanto non si aspettasse l’editore. È il fatto che l’azione, dopo qualche capitolo, si sposta in Italia. E non un’Italia qualunque, ma quella del 1977. Il boyfriend di Reno è il rampollo di una famiglia di industriali italiani, costruttori di moto (seguiamo le vicende del fondatore, risalenti ai primi del ‘900, in flashback) e possiede una villa sul lago di Como. Ma dopo aver scoperto un tradimento – l’ennesimo – da parte di Sandro, la protagonista se ne va a Roma e qui si trova invischiata nel Movimento. Chiaro che il punto di vista di una romanziera statunitense contemporanea sugli anni di piombo sia qualcosa di insolito, di attraente. Ma anche di potenzialmente disastroso, perché si tratta di una materia che se non trattata adeguatamente declasserebbe I lanciafiamme alla categoria del naïf, nella migliore delle ipotesi. Invece la Kushner tiene botta abbastanza bene – pur con qualche cedimento al romanticismo di troppo – e ci regala una visione “altra” su eventi profondamente radicati nel nostro immaginario collettivo che è senz’altro utile e forse anche salutare.



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