I love shopping a Las Vegas

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“Okay” dice Luke, calmo. “Niente panico”. Niente panico? Luke mi sta dicendo “Niente panico”? No. Nooo. È tutto sbagliato. Mio marito non dice mai “Niente panico”. Se dice “Niente panico” può significare solo: “Ci sono ottimi motivi per farsi prendere dal panico”. Quindi adesso sono nel panico per davvero. I lampeggianti sono accesi e la sirena della polizia ulula ancora a tutto volume. Riesco a mettere insieme soltanto pensieri a casaccio tipo “Le manette fanno male?” e “A chi telefonerò dalla prigione?” e “Ci sono solo tute arancioni?”. Un poliziotto sta venendo verso il camper dieci metri Classe C che abbiamo affittato (tendine a quadretti azzurri, tappezzeria a fiori, sei letti, anche se “letti” è un’esagerazione, meglio “sei materassi sottilissimi inchiodati a tavole di legno”). È uno di quei poliziotti americani fighi, abbronzati e con gli occhiali a specchio, e fa molta paura. Il cuore inizia a battermi forte e automaticamente cerco un posto in cui nascondermi. Okay, forse esagero. Ma i poliziotti mi rendono nervosa, fin da quando a cinque anni ho rubato sei paia di scarpine delle bambole da Hamleys e un agente mi si è avvicinato tuonando: “Allora, che cosa abbiamo lì di bello?” e mi è saltato il cuore in gola. Poi è venuto fuori che voleva solo farmi i complimenti per il mio palloncino. (Quando mamma e papà hanno trovato le scarpine, le hanno rispedite insieme a una lettera di scuse scritta da me. E poi Hamleys mi ha risposto molto carinamente dicendo: “Non c’è problema”. Credo che sia stata la prima volta in cui ho capito che una lettera può essere un ottimo sistema per tirarsi fuori da una situazione complicata)…

Becky, al secolo Rebecca, di cognome ‒ com’è noto da oltre tre lustri, quando ha fatto la sua prima comparsa in libreria ‒ fa Bloomwood, e se in principio era colei che dava consigli di economia sulle colonne di Far fortuna risparmiando, ma in realtà aveva il conto più in rosso di un pomodoro maturo (o della Signora che al cinema è stata nel 1935 Barbara Stanwyck e poi, quasi cinquant’anni dopo, con tutte le differenze del caso – praticamente di uguale c’era solo il titolo… ‒, Kelly LeBrock), ormai è diventata un brand e ha abbondantemente cambiato vita, per quanto certe attitudini siano dure a morire. Ha passato mille (dis)avventure, perlopiù generate dal suo essere una vera e propria shopaholic, ma ora è sposata con Luke, ha una figlia, Minnie, e dall’Inghilterra si è trasferita a Los Angeles. In questo romanzo Sophie Kinsella, principale esponente della cosiddetta chick-lit, fa sì che la sua protagonista sia alle prese con una sorta di road movie in mezzo al deserto, dalla California fino al Nevada, a Las Vegas, per la precisione: suo padre e il marito della sua migliore amica si sono infatti dati alla macchia, e lei e l’armata Brancaleone che si porta appresso cercano di capire dove siano e perché se ne siano andati. Cambia il contesto ma non la verve della scrittrice e della sua narrativa, da cui certo non si può pretendere alcun tipo di approfondimento, bensì solo pura e brillante evasione, in stile Diario di Bridget Jones, senza diario e senza Bridget, naturalmente. Lieve, frizzante, divertente, allegro e non sciocco, si legge con impressionante facilità. Pure troppa, forse.



 

 

 

 
 
 
 

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