I medici si raccontano

Tutte le sere, prima di andare a casa, un medico passa a trovare l’anziana signora Armida. La conosce e la cura da trent’anni, l’ha aiutata a superare due tentativi di suicidio. Ormai ha perso il ritmo delle giornate, tende a stare sveglia tutta la notte a leggere o guardare film e a dormire il giorno. È una donna colta e sensibile, un tempo faceva la maestra: il medico le ha chiesto di compilare un diario con i suoi problemi di salute giorno per giorno e l’ha fatto diligentemente. Gli mostra dei fogli scritti addirittura al computer e il medico si rende conto che un’altra storia, imprevista, sta prendendo forma… Toni è un ultrasessantenne abbronzato e scattante, con la passione della montagna: da quando è in pensione arrampica tre volte la settimana. È sempre stato sano come un pesce, ma improvvisamente inizia ad avere dei disturbi mentre urina e contemporaneamente gli cresce un bozzo sulla mascella. Le indagini rivelano la presenza di un tumore della parotide, di un tumore infiltrante della prostata e di un tumore al rene sinistro: tutti e tre gli organi gli vengono asportati d’urgenza. A Toni non succede come a quasi tutti i malati oncologici, che spariscono dagli studi dei loro medici di base, come “rapiti” dagli specialisti, e riappaiono solo se guariti o se terminali: lui continua ad andare dal suo medico, gli racconta di come ha ripreso a fare i suoi viaggi e le sue escursioni, sempre senza un lamento, senza rabbia, con al seguito il suo fido sacchettino per l’incontinenza urinaria che ha ribattezzato Argo, come il cane di Ulisse…

Un sabato mattina di fine giugno 2002, a Verona, si riuniscono una ventina di medici di famiglia. Sono lì perché hanno ricevuto qualche tempo prima una lettera/invito da un gruppo di colleghi iscritti allo CSeRMEG (Centro Studi e Ricerche in Medicina Generale) che - già da anni - hanno fondato un gruppo d’ascolto e di autoaggiornamento. Si parte dalla consapevolezza che sovente il medico di famiglia si trova a fronteggiare “malanni complessi, stagnanti o aggressivi, in cui molto spesso non ci sono risposte” e che i pazienti in qualche modo sembrano istintivamente comprendere questa difficoltà da parte del loro medico, al quale non chiedono perciò strabilianti performance diagnostiche o terapeutiche (che si aspettano invece dagli specialisti) ma soprattutto “l’incoraggiamento, il conforto, la dedizione” nel difficile percorso di adattamento ad una vita “peggiore”. Durante quel primo incontro gli organizzatori raccontano tre storie di loro pazienti anziani: seguono alcune riflessioni, un piccolo dibattito. Negi anni successivi gli appuntamenti del gruppo di medici di base proseguono, con alterne fortune. Nel 2005 parte a Carpi un progetto analogo: al centro c’è soprattutto il bisogno di raccontare e raccontarsi, una “pulsione narrativa” senza uno scopo clinico vero e proprio ma per il puro gusto della condivisione. Come scrivono i curatori nella conclusione del volume: “Chi si aspettava da altri di poter ricevere delle soluzioni a tutte le domande che nascevano durante gli incontri è stato deluso, perché le risposte erano da cercare dentro di noi”. Il libro è sostanzialmente una raccolta: non di casi clinici come direbbe un lettore distratto, ma di storie di pazienti, o almeno della parte della loro vita che ha intersecato quella dei loro medici. Medici che qui sono “narratori di cure”, che si inventano strade dove non ce ne sono con l’entusiasmo dell’esploratore, ma che hanno i loro rimpianti, le loro paure, i loro dolori e le loro speranze esattamente come noi, i pazienti.



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