I miei vent’anni

Si inizia da una foto: una casetta sul bordo di un lago, in cui vivevano i nonni paterni e dove sorella e fratello, bambini, si cercavano e si trovavano e si perdevano, fuori e dentro all’acqua. All’Accademia di recitazione – è il 1956 – Helga incontra i primi amici e anche i primi nemici. Quasi subito si ritrova a fare i conti con i fantasmi della sua infanzia e ammette tra sé e sé di avere problemi verso il sesso: quando aveva appena sette anni si era trovata ad assistere allo stupro di altre due bambine, e lo choc tuttora tentava di rimarginarsi. L’evoluzione della sua persona attraverso la fuga, dapprima forzata e poi volontaria, e l’approdo alla macchina per scrivere su cui ticchettare le prime storie. La borsa di studio da sola non le è sufficiente per consentirle di scrivere e di frequentare corsi, così Helga sarà anche cameriera, poi annunciatrice al Moulin Rouge di Vienna, e poi anima viaggiatrice in generale. Giacomo e Gustav, eterne altalene di amore, odio e vita al cospetto del destino; gli amori, forzati e nati invece dal cuore, i treni presi e persi, e di nuovo alla luce fioca quel picchiettio sulla macchina per scrivere…
La biografia di un’autrice è sempre più interessante se conosci quasi tutto ciò che ha scritto. Già dalla copertina ti sembra di ri-conoscerne quei tratti, quelle ombre, e si può cercare perfino di individuare in quale momento e chi ha scattato quelle pose. Noleggiare una Underwood ha il suo fascino, non v’è alcun dubbio, ma il come trovare i soldi per farlo ne ha ancora di più. Imparare a non scendere a compromessi, istruirsi per salvaguardare la dignità anzitutto e avere il coraggio di vivere qui e ora, pur con i sogni nei cassetti. Trovo tutto questo un profondo insegnamento: noi non sappiamo più farci bastare qualcosa, risparmiare qualcos’altro, economizzare, far di accumulo. Helga Schneider ci mostra i suoi vent’anni e come ne sono divenuti i nostri. Scambiando saluti e pensieri con tutti i lettori, come ci fa sapere, viene spontaneo chiedersi che ne è stato del prima, del prima di trovare il coraggio di raccontare che peso ha una madre che dipende dal Führer, quanto costa amarla nonostante il suo abbandono, insomma se per l’autrice è stato possibile riappacificarsi col proprio passato. Allora anche chi legge sarà facilitato e assistito in quest’opera che noi, tutti, dobbiamo al  nostro  attuale, odierno, contemporaneo vivere.

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