I morti non parlano

Altro che vita tranquilla, nella tranquilla Genova, facendo il direttore di un tranquillo giornale. Per Matteo De Foresta i guai sono dietro l’angolo: Ettore Salvaneschi, il vicequestore, l’ha convocato come persona informata dei fatti. Tutto molto amichevole, per carità, tutto molto educato, pulito. Formale, più che altro. Del resto, che Salvaneschi non abbia mai avuto simpatia per Rocchetti è chiaro come la luce del sole. Peccato che sia il migliore amico di Matteo, quello che gli ha salvato la pelle più volte e che sicuramente è nei guai senza colpa. Ma come scoprire dove si è cacciato? Presto detto, Guido, silente come un gatto, si presenta a casa di Matteo, sicuro del suo appoggio. E ne ha bisogno, accidenti, è incastrato fino all’osso, con Salvaneschi che lo bracca, una talpa dentro la Questura e un collegamento non meglio definito con Wehrmacht, ex poliziotto con trascorsi da delinquente, nodo cruciale di un vecchio caso che i due amici hanno già risolto. Ma Wehrmacht non era morto? C’è da augurarselo, visto che era invischiato pure con la mafia dei Lo Nardo. Casa De Foresta non è un posto sicuro, però: Salvaneschi sa bene che i due sono amici e sorvegliare la casa del giornalista è una mossa fin troppo facile. Naturalmente Rocchetti è già sfumato ma mentre conduce le sue indagini, Matteo deve trovare un modo per tenerlo al sicuro. Cosa c’è di più sicuro a Genova della casa di un femminaro incallito, nerd informatico per di più? Sistemato il fuggiasco, adesso bisogna capire perché un moribondo ha evocato un morto e quanto ramificate sono le connessioni tra i buoni e i cattivi…

Capitolo numero quattro per Matteo De Foresta, giornalista tutto pepe che a quarant’anni, perfetta espressione dei tempi, ha già collezionato una glaciale ex moglie, una dolcissima compagna da cui ha avuto una figlia adorata e una nuova bollente fiamma che gli stritola il cuore. Tipo precoce, non c’è che dire. È anche un tipo onesto, capace di amicizia vera, fatta di confidenze, di cuore e di coraggio. Il romanzo parte in medias res, anzi per la precisione la scena iniziale è quella che finalmente si spiega nel finale. Diciamo un marchio di fabbrica della narrativa di Menini che mette subito il lettore nel clou dell’azione, con una pistola puntata sulla tempia di un uomo e zero tempo per riflettere. I personaggi sono ben delineati, definiti nella loro personalità, l’intreccio è piacevole e il ritmo è sostenuto. Non che arrivi mai un vero colpo di scena, qualcosa si intuisce abbastanza presto ma non è la vena gialla il vero talento del romanzo, quanto semmai quel ritmo, legato anche alla narrazione in prima persona, che avvolge il lettore e gli permette di seguire tutta la storia anche se le premesse stanno nel romanzo precedente. Bella Genova sullo sfondo, i suoi vicoli, il centro, un’ambientazione suggestiva e piacevolmente originale. Una lettura scorrevole, venata d’ironia ma anche di buoni sentimenti, mai banalizzati ma accarezzati con delicatezza. Ultimi ma non ultimi, bellissimi gli esempi di amicizia maschile, fatta di goliardia, partite ai videogiochi, battute sul sesso ma anche solidarietà profonda, rispetto e senso di fratellanza.

 


 

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