I Nobel per la Letteratura si raccontano

I Nobel per la Letteratura si raccontano
“Consuetudine vuole che chi riceve questo premio tenga un discorso a commento dell’essenza della letteratura e della direzione che essa sta prendendo”: così inizia John Steinbeck, insignito nel 1962 del Premio Nobel per la Letteratura. E poco dopo: “l’antico compito dello scrittore non è cambiato. Suo dovere è quello di mettere a nudo i nostri innumerevoli,angosciosi errori e fallimenti,riportando alla luce i nostri sogni oscuri e pericolosi allo scopo di migliorarci”. Pablo Neruda, ai confini remoti del mondo, danza ritualmente intorno ad un cranio di bue nel mezzo della foresta, pio altare dedicato al ramingo viandante. “Non esiste solitudine inespugnabile. Tutte le strade conducono allo stesso punto: a comunicare ciò che siamo”. Gabriel García Márquez ricorda con dolorosa lucidità le piaghe che affliggono l’America latina ma “malgrado ciò, dinanzi all’oppressione, al saccheggio e all’abbandono, la nostra risposta è la vita”. Herta Müller trova nella letteratura la via della libertà personale contro l’oppressione del totalitarismo romeno: “vorrei poter pronunciare una frase per tutti coloro che ogni giorno, persino oggi, vedono defraudata dalle dittature la propria dignità”. La parola come mezzo salvifico. E poi Doris Lessing e lo Zimbabwe assetato di acqua e libri, William Faulkner e la sopravvivenza dell’uomo, Orhan Pamuk e l’intima stanza in cui lo scrittore si ripiega su se stesso, Wislawa Szymborska che con ironico pudore rivendica il ruolo del poeta che non si ferma e sempre dice a sé stesso “non lo so”. Poi Mario Vargas Llosa ed il suo Perù, John Maxwell Coetzee ed il suo Robinson, Ernest Hemingway e la solitudine dello scrittore, José Saramago ed i suoi maestri di vita sublimati nella letteratura…
Dodici scrittori tra i migliori del mondo, di quelli che vincono il premio Nobel per la Letteratura, per capirci, sono qui presenti attraverso il discorso tenuto davanti all’Accademia di Svezia. Al di là delle finzioni letterarie, delle invenzioni, degli artifici, ciascuno di loro trasferisce il suo dna a quello che scrive, quasi che le pagine fossero  parte integrante della loro persona. Per una volta li vediamo come dal vivo, fuori dall’inganno della storia, parlano in prima persona di accadimenti che li riguardano, raccontano esperienze di vita o prendono posizione rispetto al contesto sociale. Dunque da un lato, in qualche modo, ne traiamo un ritratto più personale, dall’altro ci accorgiamo che fanno letteratura anche quando non la stanno facendo: dalla scelta del tema da affrontare allo stile, al ritmo, al percorso mentale, tutto conferma con coerenza l’unicità di questi artisti dello scritto. La morale più amara è forse questa, che non c’è grande letteratura senza grande dolore e, come tutte le arti, la letteratura è essa stessa una fuga dalla sofferenza, la costruzione ideale di un mondo migliore. Il lato buono è che è come leggere dodici romanzi in uno, riscoprendo o scoprendo grandi personalità della storia della letteratura mondiale, una sorta di biblioteca in una tasca, un viaggio vertiginoso dentro uomini e donne senza tempo.

 

 

 

 
 
 
 
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