I nomi che diamo alle cose

I nomi che diamo alle cose

“Sono venuta a vivere in campagna. Un’eredità. Si sta bene”. Così Anna, editor di professione, sintetizza il cambiamento recente. Solo che l’eredità è quella di Iride Bandini, una scrittrice per bambini amata dai suoi lettori e molto meno dai suoi cari, per i quali Anna è stata, semplicemente, una “scribacchina”. Da Milano al “blu di pietra” del Lago di Garda, la nuova casa nella portineria di Villa Biglia sembra un segno, anche se non ancora del tutto chiaro. Una nuova vita da iniziare isolata e senza radici se non fosse per Tiziano, uomo pratico e affidabile che aiuta Anna nei lavori in casa e a imparare la nuova vita. Nuovi legami, però, non tardano a crearsi: “Non c’è modo di separarsi dalla pressione dell’umanità, compresa la propria”. La pressione parte da Umile, vecchia sorella di Tiziano, che vorrebbe aiuto da Anna per scrivere una lettera al figlio da troppo tempo lontano. Una lettera fatta tutta “di scarti e pause, come un pensiero lungo ad alta voce”, parole dietro cui la verità può ancora nascondersi, più che manifestarsi. Ma oltre a Umile c’è tanta umanità tutt’attorno, “l’elettricità di molte vite vicine”. Altri “espatriati” con cui legare e confrontarsi: uno sceicco che non è uno sceicco; due bambine dall’apparenza selvaggia che scappano ad ogni buona occasione e i loro genitori che non le rincorrono. C’è la gente del posto, che continua a sentirsi diversa da questi forestieri, ma che prova a sfuggire alla propria storia in maniera non troppo diversa da loro. Per ogni cosa che accade ce n’è una che scade, per ogni cosa passata una che potrebbe tornare e le storie di chi ascolta e chi è ascoltato si intrecciano e si spiegano a vicenda…

La copertina di questo romanzo – una scelta riuscita che diventa, se possibile, un ulteriore omaggio ai mestieri che ruotano intorno al libro – ne è la perfetta introduzione: una solitudine in riva a un lago, in un paesaggio intriso di spiritualismo. Una solitudine che sembra predisporre all’ascolto di tutto ciò che dall’immagine rimane escluso: i molti personaggi che Anna incontra e i loro diversi stili, le storie del passato, quelle storie del presente che sono state lasciate in un altro luogo, ogni manifestazione della natura. Per Beatrice Masini celebrare il ruolo che le parole hanno nel creare le storie è mantenere l’impegno di usare un lingua viva, estremamente plastica e varia, che si muove con enorme scioltezza anche tra diverse forme letterarie. I nomi che diamo alle cose non è il risultato un’ansia di definizione o di una fredda precisione terminologica; al contrario, dare un nome a qualcosa significa molto spesso reinterpretarlo, imporre uno sguardo mutevole e soggettivo che ne coglie continuamente particolari diversi e mai un’astratta verità. La verità è più spesso data da dettagli quotidiani, apparentemente insignificanti. Beatrice Masini parla moltissimo di sé, in questo libro: si può indovinarlo dalle professioni di due delle tre protagoniste e dalle numerose (preziose) divagazioni sul mestiere di scrivere storie, di scrivere per ragazzi, di scrivere per conto di altri; dai punti in comune con il precedente Tentativi di botanica degli affetti; dalla struttura stessa del romanzo, in cui il detto e il non (ancora) detto si succedono in un flusso che è tipico del racconto autobiografico e che, pur con modalità diverse e talvolta generando qualche (voluto) fraintendimento da parte di chi legge, accomuna le protagoniste in una sorta di unica coscienza femminile. I nomi che diamo alle cose sembra sfidare la convinzione che chi scrive per i bambini li ami sempre e, forse, anche quella che le loro stesse madri li amino sempre. Se questo è vero, è vero in un modo pieno di falle e contraddizioni, fatto di parole intempestive che nascondono e svelano quando intendono fare l’esatto contrario.



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