I nomi dello sterminio

I nomi dello sterminio

Lo sterminio di oltre due terzi degli ebrei d’Europa da parte dei nazisti negli anni della Seconda guerra mondiale, programmato con scientifica, metodica e devastante aberrazione, è certamente qualcosa che non si può in alcun modo ignorare: l’umanità nella sua interezza non può evitare di interrogarsi in merito a una pagina tanto nera, soprattutto per quel che concerne le proprie responsabilità. La scuola filosofica di Francoforte, quella che in primo luogo si deve ad Adorno e a Benjamin, si è addirittura finanche domandata se sia lecito anche solo pensare di parlare (o immaginare di farlo) di bellezza, dopo la Shoah. La comprensione delle dimensioni e della natura di quella tragedia, che nel vecchio continente crea una cesura profonda e insanabile e distrugge l’ultimo pallido barlume di una residua fiducia di stampo illuministico nel genere umano, non può tuttavia essere immediata: troppo forti infatti gli echi personali, i coinvolgimenti emotivi, politici, ideologici. È necessaria, di più, è indispensabile una giusta distanza, per poter vedere le cose in prospettiva…

Anna-Vera Sullam Calimani, che è stata docente di lingua e storia della lingua italiana a Venezia, presso l’ateneo Ca’ Foscari, occupandosi in un gran numero di pubblicazioni delle relazioni che soprattutto intercorrono fra il nostro idioma e quello inglese – anche per esempio nell’ambito dell’elemento specifico americano presente nelle traduzioni dei romanzi di James Fenimore Cooper, autore originario del New Jersey molto amato e molto prolifico, vissuto a cavallo fra Settecento e Ottocento e noto in particolare per L’ultimo dei Mohicani – indaga pure in questa occasione il valore delle parole. Che esse siano importanti si sa, è ovvio e superfluo a dirsi, non fosse altro perché siamo animali sociali nati per comunicare, lo si capirebbe anche a prescindere dalla citazione, ma al tempo stesso, per dirla con Shakespeare dopo averla detta con Moretti, la sostanza non cambia, una rosa non perde certo il suo profumo se la si chiama con un altro appellativo: nonostante questo talvolta si utilizza scientemente un lemma anziché un altro col preciso scopo di derubricare o delegittimare una particolare situazione, quale che sia la volontà alla base del non volerne prendere atto con l’onestà intellettuale doverosa. Non esistono infatti sinonimi perfetti, così come non esistono traduzioni del tutto esatte, dato che ogni lingua prende le mosse da ambienti distinti. Il lessico dello sterminio di massa perpetrato ai danni del popolo ebraico è in questo senso paradigmatico, e la Calimani, con puntuale piglio divulgativo e acribia di rara raffinatezza indaga in senso diatopico, diacronico, diastratico e diafasico l’evoluzione del significato delle varie modalità di racconto e presa di coscienza di un accadimento che costituisce un vero e proprio spartiacque per la nostra civiltà.



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