I nostri cuori chimici

I nostri cuori chimici

Henry è sufficientemente ubriaco. Ammesso che le due parole stiano bene insieme, a dirla tutta. Comunque, come sia sia, pertanto non ricorda come sia arrivato da Heslin. Né chi abbia portato la vasca. Con Murray dentro, per giunta. Non ricorda neanche esattamente come lui e Grace siano finiti seduti l’uno accanto all’altra al tavolo della terrazza sul retro. Il merito, probabilmente, è tutto di una sorta di gioco della sedia. Qualcuno si alza per andare in bagno, qualcun altro si alza per andare a prendere da bere, qualcuno si siede al posto di qualcun altro, e alla fine nessuno si ritrova al posto da cui è partito. Ma Grace è finita accanto a lui. Grace. Grace Town. Vicina a lui. Così vicina che le gambe si toccano. A quel punto si è già scolata una bottiglia e mezzo di punch ed è già più disinvolta e affettuosa. Ride quando le persone fanno battute. Gli sorride. Si relaziona. Anche quando nessuno parla o lei non si rende conto che qualcuno la guarda, ha una certa luce negli occhi. Siede più dritta. Il linguaggio del corpo che non ha mai da sobria è invece abbastanza evidente da brilla. È – nonostante sia moderatamente sporca e trasandata – davvero bella. La gente la nota come mai prima. Tutti si accorgono di quanto sia carina. Si accorgono che c’è. Per quanto sia assurdo da dire, l’alcol la rende viva. Quando scambiano idee sul giornale siedono sempre insieme. contatti accidentali sono inevitabili a così breve distanza, ma se non ha bevuto Grace si tira sempre indietro. Si siede sempre abbastanza vicina da provocarli, ma poi si ritrae. Come se volesse che Henry la tocchi fino al momento in cui il contatto avviene davvero, e a quel punto improvvisamente cambia idea. Stasera però è diverso…

Prima dell’incidente la vita di Grace era davvero perfetta. Era stupenda. Aveva tutto. Era felice. Era sicura di sé. Ora invece non sorride più, cammina sempre con lo sguardo basso, porta vestiti che le stanno più che grandi, dà l’idea di non dare più molta importanza nemmeno alla propria igiene personale, ha una macchina che qualcuno viene a riprendere di fronte a casa di Henry ogni volta che lei gli dà un passaggio (ma guida lui, benché con la stessa verve che di norma si attribuisce alle signore anziane…) prima di andare al camposanto a parlare sdraiata in terra a una tomba. E non va solo lì. Una ragazza ferita. Una ragazza da cui tenersi alla larga. Una ragazza che per il suddetto Henry, inguaribile romantico diciassettenne (con annessi genitori ultramoderni, sorella maggiore genio della neuroscienza, mamma di un bimbo e al tempo stesso, specie all’epoca delle superiori, teppista formidabile, amico alto, bello, biondo, abbronzato e muscoloso e amica metà cinese, metà haitiana e cento per cento omosessuale) che proprio perché aspetta il grande amore non ne ha ancora trovato nemmeno uno piccolo piccolo, non può che rappresentare, tra una riunione di redazione del giornale della scuola e qualche scorribanda notturna laddove ci sono più o meno solo stelle e pesci che nuotano, un colpo di fulmine. I nostri cuori chimici è dolce e amarissimo, potente e freschissimo, si legge con grande facilità, le situazioni e le emozioni che racconta sono del tutto credibili, così come i personaggi, caratterizzati con sintetica ma efficace semplicità, e gli ambienti. La storia è raccontata con grazia, fa immedesimare il lettore, lo fa sentire partecipe e riflettere su cosa significhi crescere e correre il rischio di abbandonarsi all’amore.



 

 

 

 
 
 
 

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