I nostri giorni infiniti

I nostri giorni infiniti
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Incontriamo Peggy per la prima volta nel 1985, a Londra, mentre nel salotto della casa materna contempla attonita una foto che ritrae suo padre ed altri quattro uomini in quella stessa stanza davanti a un pianoforte e lei da bambina in procinto di uscire dall’inquadratura insieme a sua madre. La foto risveglia i suoi ricordi, è il pretesto per ripercorrere i giorni della sua infanzia, quando condivideva quella casa con Ute Bischoff, la madre pianista di fama mondiale che a soli 25 anni aveva sposato un uomo 7 anni più giovane, James, suo padre, ossessionato dalle ansie della guerra fredda, che si preparava insieme a un ristretto gruppo di amici a sopravvivere ad una catastrofe nucleare, attrezzando la cantina come un bunker, rifornendola di tutto e costringendo la sua bambina di 10 anni ad esercitarsi a raccogliere le sue cose, la bambola Phyllis, preparare uno zaino, correre in cantina disporre i suoi oggetti in un ordine preciso ed essere pronta, al suono del fischietto, all’ispezione di suo padre. Un giorno Ute, che aveva interrotto i concerti dopo il matrimonio, riprende la sua carriera e parte per un giro di concerti in Germania, lasciando Peggy a godersi una sorta di vacanza con James; la loro sola, sporadica compagnia è Oliver Hannington, da tempo una sorta di membro acquisito della famiglia, un americano che condivide le ansie catastrofiste di James. Ben presto le passeggiate di padre e figlia nei boschi, i campeggi in giardino, i vagabondaggi in un cimitero abbandonato, diventano un viaggio di 8 anni attraverso boschi sempre più isolati della Francia, montagne e rifugi di fortuna. Suo padre la convince che al mondo non è rimasto nessun altro, che lo Hütte – sorta di capanna incantata delle favole- è l’unico rifugio possibile…

Se I nostri giorni infiniti fosse stato scritto con una vetusta macchina da scrivere nel 1985 e se le pagine non numerate del dattiloscritto fossero state scompigliate da una folata di vento e l’unico criterio per assemblarle di nuovo fosse stato cercare di fare in modo che l’ultima parola di ciascuna pagina avesse un senso appaiata alla prima della pagina successiva, probabilmente il risultato non sarebbe stato molto diverso dal prodotto editoriale attuale. Claire Fuller non rispetta nemmeno i canoni minimi del manuale Come diventare uno scrittore in cinque facili mosse, tantomeno quelli che dovrebbe avere un thriller. Sin dalla riga uno sappiamo che Peggy si è salvata, accompagniamo lei e suo padre in quello che per un bravo autore sarebbe stato un viaggio nei meandri più bui dell’anima, nei sentimenti e nelle paranoie innescati dalla solitudine, ma l’autrice riesce solo a trasformare in una distesa di giorni infinita, come minacciato dal titolo. L’assenza totale non solo di una solida trama, ma di un seppur labile ordito dietro le verbose descrizioni, i voluttuosi avvitamenti del discorso su stesso, sono talmente ipnotizzanti da portare il lettore che si sentisse in dovere di farlo ad arrivare alla fine in una sorta di incoscienza letteraria che interviene provvidenziale a sostituire l’irritazione costante che la fa da padrone nelle prime pagine, come quando Peggy descrive i personaggi di una foto per oltre 3 pagine prima che un’illuminazione la colga: “Poi, però, ho capito che nella stanza ci doveva essere stato qualcun altro: il fotografo”. Solo dopo esserci trascinati sempre più stanchi e annebbiati fino alle ultime cinque o sei pagine, ci viene svelato cosa avesse in mente l’autrice e a quel punto ci si augura di poter cancellare dalla mente tutto il libro, con un’opera di rimozione simile a quella operata da Peggy fino al ritrovamento della foto.



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