I nostri occhi sporchi di terra

I nostri occhi sporchi di terra
Un repubblichino viene ucciso da un ex-partigiano alla fine della II Guerra Mondiale. Sembrerebbe un omicidio personale, dettato da ragioni private. Viene accusato Davide Angelico, ex professore universitario poi gestore di un’enoteca, al tempo dell’accusa pubblica – in prima pagina sui quotidiani – ormai oltre i sessanta. L’uomo scompare, sembra si sia suicidato, la giacca trovata nel Po e la sua casa andata in fiamme non lasciano alla polizia alcun dubbio. Marianna, sua figlia, fotografa non ancora trentenne manchevole di quel rapporto confidenziale e stretto che dovrebbe esserci tra chi ha lo stesso sangue, si mette sulle sua tracce, decisa a scoprire la verità pur conoscendo i trascorsi del genitore solo approssimativamente. Attraversa l’Italia in lungo e in largo, incontra persone, instaura legami, trova risposte, rischia la pelle, non ha paura. Si imbatte in Nina, celebre attrice, sigaretta perennemente accesa, inizialmente schiva, amante di suo padre (a fasi alterne ma con inesauribile passione) per una vita. Le due si attraggono e si respingono per poi completarsi, fondersi l’una nell’altra, in un obiettivo comune. Chi era Davide Angelico? Ed è stato davvero lui a uccidere Achille Fornaro? Quale mistero si cela dietro il rapporto tra Davide e il marito di Nina, Giulio Bourlot, ai tempi alunno del corso di Filosofia del primo?
Dario Buzzolan sarebbe dovuto entrare nella cinquina dello Strega 2009: la sua storia, per intreccio e per stile, merita attenzione, diffusione, parole. Gli si deve riconoscere la capacità di ridestare la memoria, il senso di appartenenza alla nostra storia, la volontà – quasi l’urgenza – di rispondere a quel revisionismo galoppante che ha caratterizzato per oltre quindici anni il nostro Paese e che ha tentato, con una strategia di marketing politico e mediatico ad hoc (cit. Buzzolan), di far passare la Resistenza come un’organizzazione che ha complottato per nascondere il cosidetto sangue dei vinti. Qui non si narra, però, la storia della Resistenza tout court, ma la parabola morale di un uomo che ha fatto il partigiano, che ha lottato per la giustizia e per la libertà (ideali cardine del Partito d’Azione, sfaldatosi subito dopo la Liberazione) e che ha trascorso una vita intera nel ricordo di quella scelta, ormai privo della sicurezza caparbia di un tempo. L’opera di Buzzolan unisce armoniosamente la tradizione del romanzo giallo, il tema del viaggio come ricerca e il topos dell’amore più autentico intrecciando piani temporali diversi, servendosi della ricchezza della lingua italiana e delle sue forme  verbali per dare attualità al presente e per proiettare, con il passato prossimo, il già accaduto dentro l’oggi e il domani. Un romanzo che non si piega alle mode, che non vuole necessariamente raccogliere consensi, che si limita a voler raccontare la Resistenza nel bene e nel male, in tutte le sue ombre (moltissime) e nei suoi punti di luce, come fecero – senza voler avere la presunzione di un confronto paritario – Calvino e Fenoglio.

 

 

 
 
 
 
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