I promessi sposi

I promessi sposi
Renzo Tramaglino è un modesto filatore di seta animato dal nobile proposito di sposare la fidanzata Lucia Mondella. Ma deve fare i conti con un Don Abbondio che all’indole pavida del curato accompagna un’inaspettata dote di oculato amministratore dei propri beni economici e la disinvolta abitudine di spassarsela a letto con una procace perpetua dallo spiccato accento toscano. Con un Don Rodrigo affarista ricco e spietato, che pur attempato indossa abiti eleganti, vive in un castello circondato da uno stuolo di fedeli servitori e si sposta a bordo di una Crysler modello 70 condotta dal Griso, non più “bravo” ma ora “chaffeur”. E a complicare ulteriormente le cose ci si mette anche il fatto che Lucia è disposta a far fruttare la propria bellezza fisica pur di vedere realizzato il sogno di divenire una stella del caffè-concerto. Con la compiacenza della madre Agnese, la bella giovane appare infatti determinata ad accettare le lusinghe di Don Rodrigo o di chiunque altro possa migliorarne la condizione sociale. E il buon Renzo non si può fidare neppure di Padre Cristoforo e della Monaca di Monza, trascinati a loro volta in un vizioso vortice di affari e lussuria dinanzi al quale i suoi sforzi appaiono del tutto inadeguati e lo tramutano in una penosa caricatura… 
Prosegue l’opera meritoria della casa editrice milanese Otto/Novecento nel riproporre romanzi ingiustamente trascurati o comunque non adeguatamente valorizzati e tramandati nel corso degli anni. E’ questo il caso anche de I Promessi sposi di Guido Da Verona (Saliceto Panaro, Modena 1881 – Milano 1939), scrittore godibilissimo, realistico e satirico insieme, attento ai meccanismi sociali e a quelli che governavano le relazioni tra gli uomini nei primi decenni del secolo scorso. E che non a caso subì un forte ostracismo da parte del regime fascista, che individuò nel travestimento ludico della parodia manzoniana un’accusa di rilassatezza e di ipocrisia dei costumi morali dominanti, in cui il Sistema e la Chiesa appaiono coinvolti in un comune destino di responsabilità, proprio in coincidenza con la stesura dei Patti Lateranensi. Guido Verona - che sceglie di far precedere il Da al proprio cognome in omaggio al D’Annunzio - ricava dalla vicenda che rese celebre l’opera del Manzoni una commedia umoristica e dissacratoria, talvolta volontariamente grottesca e caricaturale. Un testo goliardico ed erotico, in cui congiure e trasgressioni coinvolgono una coralità di personaggi nitidamente ritratti nell’atto di adattarsi al fascino proibito e perverso delle norme e delle convenzioni della nuova morale comune. Un romanzo scritto per scandalizzare il pubblico dell’epoca, ma che è bene leggere ancora oggi, perché a nostro avviso pare dire ancora moltissimo alla società contemporanea.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER