I provinciali

I provinciali
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Howland, piccola cittadina immersa nel verde del Massachusetts, non è come New York: veloce, frenetica, sfacciata. Mark Firth ha visto la Grande Mela proprio il giorno dell’attentato dell’11 settembre e quelle immagini, quella frenesia, quella spudorata falsità e cinismo non gli hanno fatto rimpiangere la sua piccola cittadina di provincia, dove è corso subito dopo aver sbrigato le sue commissioni. Howland è un nido confortevole in cui ritornare, dove crescere, nonostante l’inizio della crisi economica, con la moglie, i figli, i parenti, i volti rassicuranti dei vicini di casa. Mark è un piccolo imprenditore temporaneamente in attesa di commesse, con spese difficili da sostenere in ambienti spietati, ma non ad Howland, dove tutti si aiutano: la moglie Karen viene assunta allora dalla scuola locale, non sarà pagata, ma riceverà un forte sconto sulla retta della figlia Haley. E così tutto si incasella, tutto trova il suo posto. Quell’equilibrio solo apparentemente idilliaco si rompe quando arrivano, proprio da New York, i coniugi Hadi: Philip, un broker, ha deciso di rifugiarsi lì nella provincia dove tutto appare sempre concatenato e quindi immutabile, dove nulla è mai una novità. E Philip spiazza Mark affidandogli i lavori di ammodernamento della casa dove ha deciso di trasferirsi dal momento che New York non è più un posto sicuro. Basta questo elemento nuovo a rompere tutti gli equilibri e a fare esplodere sentimenti e rancori sopiti dal perbenismo di provincia. Alla fine, come sempre, non tutto è come sembra…

Il ritratto di Jonathan Dee è certamente efficace: la contrapposizione fra gli ‘sgamati’ newyorchesi e i ‘paciosi’ provinciali (The Locals, come da titolo originale) è forte e stridente e si legge proprio nella forte differenza fra Mark e Philip (“C’era qualcos’altro in Hadi, una noncuranza, un anticarisma, che paradossalmente lo attraeva. Questi erano gli uomini che controllavano il mondo. Non gliene fregava niente di quello che la gente pensava di loro. Forse era proprio questo, almeno in parte, a distinguere Mark da uomini come Hadi: sapeva di non possedere la loro spietatezza, ma forse la risposta era ancora più semplice, forse dava troppa importanza all’idea di dover piacere a tutti”.). Da questo punto di vista il libro di Dee è un preciso ed acuminato testo di critica sociale dove il presente viene tratteggiato nella sua cruda realtà, diventando protagonista stesso del racconto e chiave di lettura efficace. I provinciali scorre in modo costante senza scossoni, colpi di scena, senza veri protagonisti, ma tutti figli di un romanzo corale legato da paure e ossessioni: lo spettro del terrorismo, il fallimento economico, la crisi della famiglia e dei valori, la sfiducia verso la politica e i governanti. Vengono presi in rassegna persone nella loro quotidianità, con grande capacità di incrociare le vite di tutti. Per questo il libro ha meritato il premio Pulitzer. Tuttavia non mi convince lo stile ostentatamente sbracato: manca di eleganza, manca di pulizia, quasi sembra scimmiottare scrittori maledetti come Foster Wallace. E forse per questo diventa quasi noioso, prevedibile.



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