I quattro libri

I quattro libri
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Fine anni Cinquanta, Cina settentrionale, sulle sponde del Fiume Giallo. È l’epoca del Grande Balzo in avanti voluto da Mao. In pochi anni, la Cina dovrà raggiungere i livelli di produzione dell’acciaio delle grandi potenze europee e per questo motivo in ogni parte del paese cominciano a spuntare fornaci di tutte le dimensioni. Persino in piazza Tienanmen ce ne sono, dove la popolazione vi getta qualsiasi oggetto metallico possa contribuire alla causa. Anche nella sezione 99 del campo di rieducazione per intellettuali, i prigionieri sono impegnati a produrre le pagnotte di acciaio da portare poi in trionfo al villaggio. In questo mondo a sé, lontano dalla civiltà e voluto da Mao, vengono detenuti tutti gli intellettuali considerati colpevoli di pensieri, letture o azioni contro il governo. Tra essi vi sono lo Scrittore, l’Erudito, la Musicista e il Religioso, che vengono sottoposti a un regime di lavoro massacrante pur di raggiungere l’obbiettivo prefissato dal Bambino, giovane comandante della sezione 99, e che consentirà loro di ottenere un numero di fiori rossi sufficienti a riconquistare la propria libertà. Dopo aver abbandonato la coltivazione del grano, tutti sono impegnati a costruire fornaci e a raccogliere la ferrosa sabbia nera sulle sponde del Fiume Giallo. Il Bambino, spinto da una foga estatica e spronato dagli alti dirigenti del partito, promette ogni volta un risultato più grande e ogni volta i detenuti vengono convinti a lavorare ancora di più per raggiungerlo, in un delirio che fa quasi dimenticare loro le sofferenze e la punizione inflitta dal governo. Ma, quando nel paese scoppia una terribile carestia, il campo di rieducazione si trasforma in un nuovo e ancora più terribile inferno di privazioni e morte e questa volta nemmeno il Bambino saprà trovare le parole giuste per ridare vigore al processo rivoluzionario…

Quanta forza d’urto in questo libro, censurato in patria ma candidato al Man Booker International Prize, e quanta capacità di definire il dolore di un gruppo di intellettuali imprigionati per il loro essere diversi e non allineati al pensiero rivoluzionario maoista. La crudezza di certe azioni viene stemperata dall’atmosfera surreale che aleggia sul campo di rieducazione. Le sponde del Fiume Giallo, le sue sconfinate pianure, sono l’inferno piatto e avaro dove i detenuti vivono e dove non c’è quasi nulla a cui aggrapparsi. La disperazione degli intellettuali si fa abitudine e la sopportazione diventa quasi un piacere, tanto che la punizione è a sua volta un obbiettivo. Così lo Scrittore, obbligato a redigere la Cronaca dei Criminali, un resoconto voluto dal Bambino per conoscere le attività segrete dei prigionieri, comincia a coltivare in segreto delle piante di grano, irrorandole con il proprio sangue. Storia, cronaca, narrativa e filosofia mescolate assieme: è il mito di Sisifo rivisto, rielaborato e ampliato. La punizione, anziché essere il masso sospinto fino alla cima della montagna e che ogni notte precipita di nuovo a valle, è il nuovo risultato da portare al Bambino, con entusiasmo e devozione. La pena viene quasi dimenticata, la libertà messa da parte grazie all’abitudine che si fa autentico piacere. La figura del Bambino ricorda quella di un eroe omerico, impetuoso e curioso: un’essenza pura che conduce i detenuti con uno slancio trascinante, disposto a sacrificare la propria vita per la causa, come un Cristo orientale che tutti seguono e attendono. “Il campo di rieducazione costituisce l’elemento storico e l’espressione più peculiare di questo paese, proprio come le cicatrici sul tronco di un vecchio albero, e finisce per diventare l’occhio attraverso cui contemplare il mondo.” Questo è l’incipit del romanzo segreto che lo Scrittore scrive coltivando spighe ad acqua e sangue ed è la perfetta sintesi di ciò che questo romanzo, nella sua interezza, rappresenta.



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