I racconti della mano destra

I racconti della mano destra

Sergio è nato e vissuto a I Passi, un quartiere che negli anni ‘60 e ‘70 era l’estrema periferia di Pisa, delimitato da un lato dal fiume morto e dall’altro dai binari della ferrovia per Lucca. Nonostante li dividessero dal centro meno di due chilometri, Sergio e i suoi amici si sono sempre sentiti cittadini di serie B e, rifiutati dalla “città”, hanno finito per rivendicare orgogliosamente la loro appartenenza a questo quartiere periferico ma sano, piccolo borghese e operaio, popolato da giovani coppie come i suoi genitori e quelli dei suoi amici, arrivati in città e insediatisi dove il magro bilancio familiare consentiva. Il quartiere ha delimitato per anni il suo mondo, “in città” si andava con l’autobus numero 4 per fare sbuffando commissioni e consegne per la mamma sarta, o, più tardi per andare a scuola o seguire il richiamo di un paio di calze velate o di tacchi a spillo che scendevano a una certa fermata. La vita di quartiere si alterna con quella dai nonni di Orzignano, piccolo borgo dove il nonno Tullio era “il contadino del prete” e lui era ed è per tutti il nipote di Tullio, uomo serio, taciturno. Il calcio giocato per strada, a I Passi come a Orzignano è un’unica, interminabile partita che dura tutta un’estate e spesso si prolunga anche d’inverno, grazie ai portici di cui il suo palazzo è dotato e che forniscono riparo per pattinate, corse in bicicletta, partite a pallone. E poi d’estate ci sono da affinare talenti come la pesca dei lucci e delle ranocchie del fosso di cui omaggiare con regolarità la madre di una ragazza carina, almeno finché questa non gli intima di interrompere l’olocausto degli poveri anfibi. E poi arriva l’età della consapevolezza politica, coincisa con gli anni più duri della contestazione e del terrorismo, e della sua educazione sentimentale. Come per molti della stessa generazione, la sua è stata da assoluto autodidatta, dato che far domande ai genitori poteva al massimo portare in risposta occhiatacce o ceffoni…

La mano destra di Sergio Costanzo ne ha di racconti: emozioni, seduzioni e innamoramenti a partire da uno sguardo, una striscia di carne esposta inconsapevolmente dalla proprietaria della lavanderia, la misteriosa donna in beige passeggera della linea 4 e seguita in innumerevoli, sognanti peregrinazioni per la città, e poi le riviste e i calendari del barbiere, Sylva Koscina, le gemelle Kessler persino i cataloghi di Postal Market. Tutte, indifferentemente, forniscono carburante alla fantasia accesa di un ragazzino. È un mondo garbatamente malizioso quello in cui ci introduce l’autore, una carnalità velata, accennata, vagheggiata e mai volgare quella vissuta o immaginata con le sue donne e ragazze. Lo sport, la famiglia, la scuola erano i punti cardine della formazione di un bambino quarant’anni fa ed è quando Sergio viene privato della scuola per qualche mese a causa della mononucleosi che la sua natura introspettiva viene a galla e comincia a sviluppare il gusto per l’osservazione, la collezione di storie che lo accompagnerà tutta la vita. Un testo semplice, diretto che sussurra ammiccante all’orecchio di una generazione più che raccontarla. Costanzo, un biologo e ricercatore che aveva già dato prova del proprio talento narrativo nei romanzi storici Belin e Io Busketo, dà a I racconti della mano destra un taglio locale, intimo, nonostante i temi trattati siano universali e condivisi da generazioni, quasi come se avesse scelto di scrivere quest’opera per sé e per i propri amici, compagni e maestri. Al lettore nato al di fuori dei confini cittadini si richiede un piccolo sforzo supplementare ma basta sostituire I Passi con i nostri quartieri, le sue piazze quelle della nostra infanzia, ai suoi amici quelli che “portavano il pallone” quando per strada giocavamo noi, i nostri nonni ai suoi e il libro diventa godibile per tutti.



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