I ricchi

I ricchi

Una fredda mattina di gennaio una Cadillac gialla accosta davanti a Labyrinth Drive. Ne escono due uomini, una donna e un ragazzino. Si tratta di un agente immobiliare che sta mostrando alla coppia appena giunta in paese una casa. La donna è molto esuberante. Il marito distratto e disattento. Il ragazzino completamente succube della personalità dirompente della mamma. Natashya Romanov Everett, per tutti “Tashya”, “Nada” per suo figlio Richard, è una scrittrice “minore” – come ama definirsi – attenta ad ogni singola moda, sempre glamour, sempre perfetta. Che l’amore con suo marito sia al capolinea lo sanno entrambi, ma continuano a mostrarsi in pubblico come se fossero una coppia affiatata. Nada desidera che suo figlio sia felice, che abbia una vita migliore della sua: desidera per lui le scuole più esclusive e non si fa scrupoli se è necessario “barare” per fa sì che questo accada. Richard è completamente dipendente da sua madre. Flaccido, grassoccio, si trascina fingendo di essere felice e tentando di avere amici ma non ne è capace. Resta per ore immobile ad ascoltare il battito del suo cuore. Vorrebbe solo sparire. Essere parte integrante del mondo della madre. Nada passa da una festa all’altra, da un cocktail party ad un vernissage, ignorando tutto e tutti: unica cosa importante è apparire perfetta. Richard un giorno prende un fucile. Lo accarezza. È come se l’arma gli fornisse quella protezione che nessuno riesce a dargli, un senso di potenza e allo stesso tempo di sicurezza. Ma dare un’arma ad un ragazzino, si sa, non è un gesto prudente…

Ne I ricchi, secondo volume della quadrilogia Epopea americana, Joyce Carol Oates si allontana dai toni cupi de Il giardino delle delizie e ci porta nel mondo WASP (White Anglo-Saxon Protestant) dell’America degli anni Sessanta. Siamo all’apice del successo di John Fitzgerald Kennedy: per gli americani si apre un periodo di estremo ottimismo e di fiducia nella costruzione di un mondo migliore. Il Sogno Americano non è mai stato così vicino nella sua realizzazione. Tutti vogliono essere intellettuali, alla moda, progressisti. Il passato è solo un’ombra e gli occhi sono rivolti ad un grande futuro. La Oates analizza una famiglia modello. Sono ricchi, bianchi, colti. Eppure non c’è nessuna traccia di felicità nel loro mondo. Dietro il velo sottile dell’apparenza, la realtà è amarissima e quanto di più lontano ci possa essere dalla realizzazione del Sogno americano. Natashya Romanov Everett, motore immobile di tutto il romanzo, finge di avere origini altolocate: suo figlio, a posteriori, scoprirà che è l’ennesima bugia costruita per essere più accattivante. Dietro la normalità, per la Oates, si nasconde la corruzione, il marciume. Leggiamo una commedia nera, con un colpo di scena finale che è degno di una grande maestra della narrativa. La struttura è più semplice e il linguaggio meno complesso di quello utilizzato nel primo volume della quadrilogia. Tutto appare più immediato, diretto. La Oates ci stupisce con la sua bravura – ma riesce a farlo in tutti i suoi lavori, del resto – e ci svela l’orrore della banalità del quotidiano, dell’amore non corrisposto, dell’esasperazione di tutti i sentimenti. Si dissolve, ancora una volta, sotto i nostri occhi il Sogno Americano. È l’innocenza che è perduta definitivamente. Joyce Carol Oates scrive una storia intensa, affascinante, da cui il lettore resterà completamente assorbito facendo fatica a posare il libro.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER