I rifugiati

I rifugiati
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Donare le parole agli altri, è questo il suo lavoro. Come fa con Victor Donato, unico sopravvissuto di un incidente aereo nel quale ha perso moglie e figli. È una “ghost writer”, scrive libri per conto di altri. È concentrata su questa vicenda e sulle parole giuste da usare il giorno in cui suo fratello torna da lei. Non credeva ai fantasmi perciò non aveva dato retta alla madre quel giorno in cui l’aveva svegliata di soprassalto gridando che era venuto a trovarle quella notte. Suo fratello è morto appena quindicenne, su quel barcone blu senza nome diretto verso una speranza. E c’è una domanda a cui mai ha trovato risposta, come mai è lei, più piccola e più debole, apparentemente senza alcuna difesa, a essere sopravvissuta… Colui che deve essere Parrish Coyne lo aspetta al gate dell’aeroporto di San Francisco con su un cartello con scritto “Mr.Liem”. Nessuno lo ha mai chiamato Mister fino a quel momento e un po’ deve ammettere che gli fa impressione. In mano stringe forte il modulo che la signora del servizio rifugiati gli ha lasciato prima di partire. Parrish Coyne è il suo “sponsor”. “Li-am”, sillaba il suo nome con forza, a riprova che il suo aspetto di straniero salta agli occhi a chiunque lo veda per la prima volta, per poi salutarlo con un abbraccio caloroso come se si conoscessero da tempo. Accanto a lui c’è un altro giovane distinto, si chiama Marcus Chan e si presenta con una solenne stretta di mano. Scoprirà solo poco dopo che viene da Hong Kong ma soprattutto che i due sono una coppia “in senso romantico”… Le spezie, il riso al gelsomino, l’anice stellato o ancora i peperoncini piccanti tipici. Solo al New Saigon Market i vietnamiti che vivono a San Jose possono trovare questi prodotti e altri provenienti dal loro paese. Sarà per quello che è quasi impossibile sentir parlare inglese lì dentro. È a quattro isolati da casa sua e appartiene ai suoi genitori. Poteva scommetterci un occhio, li trovava sempre lì, ai loro registratori di cassa. Quasi sempre poi c’è qualcuno che mercanteggia su qualche alimento, cercando di contrattare un prezzo più basso rispetto a quello riportato sulle confezioni. Una routine quotidiana che si ripete da anni. Finchè non entra nelle loro vite la signora Hoa… L’unica volta che è scoppiato a piangere nei lunghi quarant’anni che hanno trascorso assieme è stata la sera dopo la diagnosi. La signora Khanh se lo ricorda bene. Ripensandoci l’assale ancora il terrore, quello che vive giorno dopo giorno, tormentata dalle sue dimenticanze, nella paura che qualcosa possa accadergli. “Yen”, dice un giorno rivolgendosi a lei. Dove ha scovato quel nome? A chi appartiene? Sarà una delle sue ex studentesse?

“Ai rifugiati sparsi nel mondo”. Viet Thanh Nguyen, scrittore vietnamita naturalizzato americano, torna nelle librerie dedicando a loro questa sua raccolta di racconti dopo Il simpatizzante, con cui si è aggiudicato nel 2016 il premio Pulitzer per la narrativa. Al centro della narrazione infatti ci sono sempre uomini, donne e ragazzi scappati dal Vietnam in guerra. Sono storie di immigrazione, di culture diverse che si intrecciano, di fughe da lontano verso l’incognita del futuro. Condizioni che conosce bene, essendo lui stesso un rifugiato: con la sua famiglia è fuggito dal Vietnam negli anni ’70 e ha vissuto i suoi primi anni negli Usa in un campo profughi. Tornano quindi temi a lui cari, ma analizzati e sviscerati in un modo diverso da prima. Tanto è complessa e arzigogolata la scrittura ne Il simpatizzante, infatti, quanto è lineare e asciutta quella di questi otto racconti. Protagonisti sono “anime divise in due” come a ragione ha scritto Melania Mazzucco su “la Repubblica”. Sono personaggi in bilico tra il loro passato e il presente che dovrebbero vivere, talvolta incapaci del tutto di calarsi nella realtà, o ancora dilaniati dal ricordo della loro storia, che vorrebbero cancellare ma che sono impossibilitati a rimuovere dalla memoria. “Chi ha già letto Il simpatizzante vi riconoscerà il leit-motiv dell'identità duplice (lì tematizzata nella doppiezza della spia protagonista), ma declinato in forme, toni e stile affatto nuovi. Quanto il romanzo era sperimentale e virtuosistico, tanto le novelle sono dimesse e scarne. Non ci sono spie, criminali, torturatori. Ma persone comuni, ragazzini, professori, bibliotecari, negozianti di generi alimentari..” descrive con appropriatezza ancora Mazzucco. C’è infatti lo strazio e la violenza dei viaggi della speranza in Donne dagli occhi neri, la rigida legislazione in materia di profughi che impone uno “sponsor” per potersi spostare da un Paese all’altro, associata alla libertà, che suona così strana per un giovane straniero, di vivere il proprio amore con naturalezza ne L’altro uomo. O ancora, i complessi rapporti familiari in Qualcun altro oltre te o ne Gli americani, dove un padre non riesce a capacitarsi del perché la figlia ventiseienne abbia deciso di vivere in Vietnam in condizioni proibitive, per insegnare inglese a persone poverissime, e prova a convincerla a tornare a casa, senza capire che lei la “casa” l’ha trovata proprio lì, in quell’appartamento tugurio e tra tutte quelle persone. Ognuno si rapporta ai suoi trascorsi in modo diverso, cercando di allontanarli o affrontandoli di petto, come la signora Hoa de Gli anni di guerra, che vive nell’ossessione di vendicarsi del figlio morto e chiede sovvenzioni ai suoi connazionali per finanziare chissà quale rivalsa militare nei confronti dei comunisti. I rifugiati ha riscontrato un altro enorme successo negli Usa al momento della sua pubblicazione. Cosa che non stupisce. È infatti la conferma di una scrittura sopraffina capace come poche di affrontare la cultura dell’altro e le mille sfaccettature di questa società “melting pot” sorta dalle grandi migrazioni della storia recente.



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