I rischi della buona educazione

I rischi della buona educazione
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La famiglia Dunlap vive in una splendida, antica casa nei dintorni di Boston. Il patriarca, Jack, è un manager un po’ orso; sua moglie Faith qualche anno fa ha avuto un esaurimento nervoso, poi si è separata dal marito ed ora vive a New York; la primogenita Caroline è una bella e inquieta teenager; il piccolo Eliot è un bambino introverso e brillante. L’incontro casuale di Jack con la ex babysitter colombiana di Eliot, Rosita, che sfoggia un prominente pancione, scatena una serie di eventi e porta alla luce più di un mistero…
Difficile credere che questo sia un romanzo d’esordio, tanta la maestria e il senso della misura, tale l’eleganza che lo caratterizza. Non sono mancati in patria paragoni lusinghieri (e a volte lievemente azzardati) per l’opera di Jessica Shattuck, uno sguardo né incantato né disincantato che è lastra radiologica e acquerello assieme, una sonda nel profondo di una famiglia americana e –a ben guardare- dell’America stessa. Non quella delle metropoli cosmopolite, beninteso, ma quella antica, quella degli stati a nord, delle sobrie ville immerse nel verde, di Boston, degli antenati puritani, della borghesia WASP dalla carriera accademica specchiata e dalle buone frequentazioni. Tennis, equitazione, feste in grandi tendoni riscaldati sull’erba immacolata e verdissima di ampi giardini, reginette del ballo, cani di razza, acqua di colonia alle rose, biblioteche di pietra e legno: questo scenario non nasconde terribili segreti, e nemmeno peccati teatrali o emozioni violente. Non siamo alle latitudini di Twin peaks: quelle de I rischi della buona educazione sono storie realistiche, quasi banali, ma con una scintilla, un lampo che ci mostra la tazza piena di latte e cereali e il giornale fuori dalla porta in una nuova, affascinante luce. La principale caratteristica del romanzo, a ben guardare, è la prosa scintillante, charmant, una vera leccornia da gourmet, che dona una energia impensabile in partenza ad un plot irresistibilmente soap, vezzosamente minimalista, da commedia sofisticata. Le interiorità degli ex-coniugi Dunlap sono tratteggiate con finezza, intelligenza, gusto squisito per il dettaglio e per la citazione, e sia le smanie del patriarca Jack che i piani misteriosi del giovane Eliot sono venati da una romantica follia che li rende (quasi) memorabili. Anche le figure di Rosita, del giovane perdigiorno Rock e della bella Caroline sono a tutto tondo, tridimensionali, vive. Un libro che è puro, zuccheroso piacere, come il primo gelato della stagione o il pan di spagna della nonna: anche il più severo dei dietologi alza le mani rassegnato.

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