I samurai del calcio

I samurai del calcio

Il calcio, per molti reale metafora della vita, ha storie appassionanti e appassionate da raccontare nel suo trasformismo plurisecolare. Per esempio può capitare che l’avventura di un giovane calciatore parta da qualche campetto polveroso di periferia – oggigiorno peraltro sempre più rari – per finire in “templi del pallone” da milioni di tifosi oppure al contrario può iniziare da un sogno, da un’illusione e sfociare davanti a tribunette affollate di soli pochi affezionati. Così tra questi due estremi ci sono i campioni che hanno onorato la casacca della propria squadra come una seconda pelle per tutta la carriera – una categoria allo stato delle cose quasi in via d’estinzione – e i fuoriclasse considerati dei veri e propri zingari del pallone, dei giramondo che hanno preferito distillare le loro perle calcistiche misurandosi con campi, tifosi e maglie più svariate. I “samurai” fedelissimi e monogami verso la singola maglia sono talmente una rarità che spesso sono personaggi che nelle loro piazze hanno travalicato il prato verde stesso per diventare veri e propri personaggi simbolo, se non leggende, delle loro città. I nomi sono sotto gli occhi di tutti, da Totti a Zanetti, da Antognoni a Del Piero, a Maldini o Baresi: simboli indelebili, ambasciatori di quei colori societari e di una città intera, spesso capaci di rifiutare ingaggi faraonici della concorrenza e per questo oltre che temuti, persino rispettati da colleghi e tifosi avversari. I loro alter ego sono colleghi dalle carriere altrettanto scintillanti ma incapaci di giurare fedeltà ad una singola casacca, preferendo, vuoi per esperienze di vita personale, vuoi per denaro l’avventura in piazze diverse. Sono i nomadi del calcio, quelli che, ci puoi giurare, al goal contro le loro ex squadre esibiranno esultanze dimesse e sconsolate, al limite del lutto. E qui si va dalle sei squadre di Anastasi alle nove di Baggio, alle otto di Cassano fino alle dodici di Christian Vieri...

Un gradevole e delizioso album delle figurine suddiviso in “bandiere” e “traditori”, questo maneggevole excursus del giornalista Sergio Di Battista che ci porta con leggerezza a ripassare e sfogliare curricula e aneddoti di una buona quantità di campioni più o meno datati che hanno segnato le vite di tutti noi tifosi. Certo l’effetto nostalgia è dietro l'angolo e il “non ci sono più le bandiere di una volta” scatta automatico in più di una occasione sfogliando la parata di artisti del prato verde che per scelta a volte quasi masochistica hanno deciso di onorare quella casacca ‒ feticcio evolutosi anch’esso da grezza e semplice maglia di lana a indumento d’alta moda elasticizzato e lucido dai colori spesso improponibili per assecondare merchandising e dio denaro ‒ come unica ragione di vita e intuirne oggi la rarità. Perché se le squadre agli albori sfoggiavano spesso giocatori presi dal paese stesso di appartenenza, oggi non è raro per esempio vedere scendere in campo ventidue stranieri che si affrontano nel campionato italiano. Ma tutto sommato nel calcio, come nella vita per fortuna alla fine tutto si trasforma per rimanere sempre uguale e fedele a se stesso e allora al netto di qualche tatuaggio in più, di un addominale fin troppo scolpito, di qualche mercenario di troppo, dell’inevitabile globalizzazione geografica che relega le bandiere sempre più a nostalgiche figure mitologiche del passato, la passione, la gioia irrefrenabile, la magia di quella palla ‒ ebbene sì, persino questa trasformatasi da pesantissima sfera di cuoio a tecnologico gadget per sponsor ‒ che rotola nella rete facendo esplodere quel grido liberatorio, la bellezza e la fierezza per noi tifosi si, di giurare fedeltà eterna a quell’unica casacca seppur con qualche sponsor e colore di troppo, beh, alla fine, è l'unico, reale e inestimabile valore aggiunto che davvero conta e sempre conterà.



 

 

 
 
 
 

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