I segreti di Istanbul

I segreti di Istanbul

È come Roma e Gerusalemme. Istanbul è “città eterna”, una città “prodigiosa, che ha scavalcato i secoli […] grazie anche alla sua posizione sospesa tra due continenti […] culla di alcune tra le più grandi civiltà della terra. […] Ha cambiato nome tre volte: Bisanzio, Costantinopoli, Istanbul, ancora nella metà dell’Ottocento nelle sue strade si parlavano il turco, il greco, l’armeno, l’italiano, l’ebraico, il francese e l’inglese”. Istanbul vive su tre mari, tra lembi di terra d’Oriente e Occidente, due mondi che allo stesso tempo contiene in sé da sempre, “un’identità in sospeso, da secoli in trappola tra due mondi”. Nella seconda metà del ‘600 i turchi arrivarono fin sulle rive del Danubio e fu allora che – secondo la leggenda – un pasticciere viennese, ispirato dalla mezzaluna che vedeva in cima agli stendardi del nemico alle porte, creò un dolce che ne ripeteva la forma: era nato quello in Italia chiamiamo cornetto, in Francia si è sempre chiamato croissant, crescente, come la luna che ancora oggi campeggia sulla bandiera turca. Ma questa è soltanto una delle infinite piccole storie nella Storia lunga e complessa di questa città straordinaria. Prima, nel XIII secolo fu un piccolo insediamento miceneo sull’acropoli; poi fu la volta di un gruppo di coloni greci guidati da tale Byzas – figlio di Poseidone e Ceroessa – che per fondare la città di cui fu eponimo consultò l’oracolo di Delfi, il quale con un sibillino “il contrario del cieco” indicò il luogo preciso della edificazione; poi fu la volta di Dario e i suoi persiani, e poi di Alessandro il Grande; poi venne il tempo di Costantino; quindi undici secoli di impero bizantino (nome che risale all’epoca moderna, visto che gli abitanti delle città si definivano romaioi, romani in greco, perché così si sentivano) e poi cinque secoli durò il regno della Sublime Porta. Fino alla repubblica proclamata da Atatürk – al secolo Mustafa Kemal, appunto “padre dei turchi” – nel 1923, quando hanno inizio le non meno complesse vicissitudini moderne, certamente figlie del passato, di una città, la “nuova Roma” come la chiamò Costantino, che per questo – come si sottolinea con impegno – deve essere “scrutata non soltanto in estensione ma anche in profondità”, attraverso gli strati sulla quale è nata e cresciuta. E così, “attraverso il grande passato” fino “all’enigmatico presente”, affascinati dai dervisci rotanti del mistico Mevlānā, incantati dalle descrizioni e dalle immagini di Santa Sofia – che ha mutato se stessa come specchio e simbolo della città e dei suoi cambiamenti – conosciamo Solimano il Legislatore, la sua sposa Roxelane, storie di harem, di eunuchi potenti e astute concubine, sultani inetti o spietati, tutti che sembrano usciti da Le mille e una notte e invece sono personaggi storici; l’ebreo Abraham Salomon e la sua storia tra il Bosforo e Parigi; incontriamo Florence Nightingale mentre di notte con la sua lampada attraversa i corridoi dell’ospedale di Scutari da lei stessa organizzato; ci inoltriamo appena tra i meandri complessi dei Concili, delle trame politiche passate per fede e del cosiddetto Simbolo niceno; conosciamo la storia romantica e libertina del manigoldo Zaharoff intrecciata al mitico Orient Express; apprendiamo dell’esistenza di una Società operaia di mutuo soccorso italiana proprio a Istanbul; e poi tante donne: la potente Teodora, la spietata Irene, Zoe…

“Romanzo di viaggio”. Così è stato definito questo volume che Corrado Augias - giornalista, scrittore e ottimo affabulatore che non necessita di alcuna presentazione - ha aggiunto alla serie dei successi editoriali dedicati ad altre grandi capitali. Eppure è lo stesso autore ad affermare nella premessa a I segreti di Istanbul che la città, scoperta tanto tempo fa durante un incarico da cronista, è così complessa e complicata da raccontare che questo libro risulta del tutto diverso dagli altri. La città moderna presenta moltissime contraddizioni e questo la accomuna ad altre metropoli ovviamente, ma nel caso di Istanbul esse sono il risultato, anche e soprattutto, dei numerosi cambiamenti che ha attraversato nel tempo. Ha scritto Orhan Pamuk, autore che Augias cita spesso attingendo dal suo Istanbul, a proposito di uno scrittore e storico che ha tentato un sorta di enciclopedia dedicata alla città, arrendendosi presto all’impossibilità di completarla, che “fu l’insuccesso del tentativo di comprendere la confusione di Istanbul secondo i metodi di ordinamento e spiegazione occidentali [ignorando] le sue particolarità rispetto alle città occidentali, la sua confusione, la sua anarchia, la sua stranezza così grande e il suo disordine che si oppone alle classificazioni ordinarie”. Scrive ancora Pamuk altrove “Ho capito di amare Istanbul per i suoi ruderi, la sua malinconia e per il fatto che abbia perduto il prestigio di un tempo”. Ecco, dice Augias che questo rimpianto è un altro elemento fondamentale che accomuna la capitale a Roma e probabilmente noi, da italiani, siamo tra i pochi a poter capire a fondo davvero questo spleen, che Pamuk chiama Hüzün e che Augias ritiene essere un sentimento collettivo, un connotato sociale, un modo di vivere, una “visione di cose perdute che non torneranno mai più, una nota latente che è difficile descrivere con esattezza ma si avverte benissimo quando affiora nella letteratura e nella musica”. Un sentimento che, in maniera naturale, si mescola ad un profondo orgoglio e consapevolezza del proprio passato. Gloria, orgoglio, splendore, Storia, tramonto, contraddizioni e tanto altro ancora Augias tenta di raccontare attraverso “le storie degli uomini e delle donne che l’hanno fondata e vissuta”, e attraverso i monumenti che – dice- sono muti e restano indecifrabili solo per chi non sa interpretarli e farli parlare. Una lettura ricca, che fa trapelare tutte le sfumature, le cornici, le ombre, le luci di una città difficile da raccontare per la vastità della storia che l’ha resa così, bellissima ed enigmatica; una lettura divisa idealmente in due parti, la prima dedicata più ai luoghi, la seconda alle vicende storiche, ma entrambe intrecciate a storie di vite, contrasti religiosi, poteri, racconti ora epici ora aneddotici, spesso anche solo leggende. Ad arricchire il racconto belle fotografie a corredo e le voci di scrittori, giornalisti, poeti dal citato Nobel Pamuk, a De Amicis a Marella Agnelli, che hanno dedicato parole alla città. Pure nella sua densità, grazie alle capacità divulgative dell’autore, la lettura mantiene una leggerezza che non affatica e affascina chi vi si dedica. Molti i commenti entusiasti di chi ha letto il libro e dice di aver ritrovato atmosfere e particolari conosciuti a Istanbul; è vero quindi che è un libro che sarebbe da leggere se si intende visitarla e anche dopo il ritorno a casa. Ma anche se si desidera fare un viaggio virtuale accompagnati da chi sa raccontare assai più di una guida turistica. Sembrerà di esserci stati per davvero.



 

 

 

 
 
 
 

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