I segreti erotici dei grandi chef

I segreti erotici dei grandi chef
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Edimburgo, 2003. Danny Skinner è un brillante ispettore dell’igiene che si occupa per conto del Comune di vigilare sul rispetto delle norme nelle cucine dei ristoranti della città. È un ventitreenne bello e carismatico, abile a flirtare con tutte le donne e dotato di un fascino irresistibile, fidanzato con una splendida ballerina di nome Kay Ballantyne. Ma non tutto è rose e fiori, anzi la sua vita ha contorni sempre più cupi: sua madre Beverly non gli ha mai rivelato l’identità di suo padre, anche se il ragazzo viene a sapere leggendo I segreti erotici dei grandi chef, libro campione di vendite dello famosissimo cuoco De Fretais, che probabilmente è stato un dipendente di un ristorante in cui la donna lavorava nel 1980, in piena rivoluzione punk. Skinner lentamente piomba senza nemmeno rendersi conto nella spirale devastante dell’alcolismo, e come se ciò non bastasse è arrivato un nuovo insopportabile collega, Brian Kibby, pressoché suo coetaneo ma impacciatissimo con le donne e incapace di avere una vita sociale normale. La sua vita è fatta di preghiere, modellini di treni, videogiochi e raduni per fan di Star Trek. Fra i due è odio a prima vista, in una maniera così subitanea da sembrare inspiegabile. Un giorno Skinner, abbandonato da Kay e in preda agli effetti del doposbronza, immagina come sarebbe bella la sua vita se l’alcol smettesse di essere un problema, come sarebbe se non lo rendesse sbronzo e inadatto ai rapporti con la gente, se non gli facesse nemmeno male al fegato. Come sarebbe avere una persona che sopporta al posto suo gli effetti a breve e lungo termine della dipendenza dall’alcol? Ma sì, magari proprio quel pallemosce di Kibby…

Con I segreti erotici dei grandi chef Irvine Welsh si misura con un intreccio che ha dell’assurdo, cosa insolita nei suoi romanzi nei quali in effetti non inserisce quasi mai aspetti soprannaturali o inspiegabili razionalmente. Brian Kibby diventa per Skinner quello che il ritratto era per Dorian Gray, ovvero la cartina di tornasole di una vita fatta di dissolutezza, alcol e droga. Anche se ragionando con le categorie comuni Kibby dovrebbe essere un ragazzo modello e Skinner rappresentare lo stereotipo del bad boy, non possiamo non considerare il giovane Brian come la summa dei peggiori tratti distintivi della Scozia: bigotto, retrogrado, nerd senza vita reale, si autocolpevolizza ogni volta che si masturba e nella seconda parte del romanzo tira fuori la cattiveria e lo spirito di rivalsa che solo un maniaco cattolico che si destina al martirio e alla privazione può raggiungere. Skinner, invece, rappresenta quello che nel profondo ciascuno dei lettori vorrebbe essere, un uomo magnetico e affascinante, che per giunta con uno strano sortilegio riesce ad abusare di alcol e cocaina senza mostrarne i segni sulla sua sfolgorante giovinezza. Insomma, una sorta di “superuomo welshiano”. L’autore dunque segue due filoni: quello dell’alcol visto come demone che devasta le interazioni sociali, e quello della fede, non meno ammorbante e rovinosa per le vite della gente, e soprattutto nelle pagine finali la critica alle religioni come sinonimo di ipocrisia e falsificazione della realtà viene fuori con tutta la sua veemenza. Perché assegnare allora solo due panini a un libro del genere? Semplicemente perché il finale è orrendo, improvvisato, e sembra che le parole siano rimaste intrappolate nella penna di Welsh, sempre abile nel sorprendere e qui in grado di farlo una volta tanto in maniera assolutamente negativa.

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