I sogni di mio padre

1982, New York. Un appartamento piccolo in un palazzone anonimo e grigio sulla 94esima strada, al confine con East Harlem. Il riscaldamento funziona a singhiozzo e il citofono è rotto. In quell’appartamento vivono due giovani studenti, che quando il tempo lo consente escono sulle scale antincendio a chiacchierare e a fumarsi una sigaretta, mentre magari lanciano qualche insulto ai passanti o ai vicini di casa che portano a spasso il cane. In una gelida mattina di novembre, arriva una telefonata da Nairobi, Kenya. Barack Obama senior è morto in un incidente d’auto. Barack Obama junior, che ha 21 anni, non sente dolore per la perdita improvvisa del padre, che a malapena conosce: solo il vago sentore di un’opportunità perduta. E inizia a ricordare. Innanzitutto le storie quasi leggendarie che suo nonno materno gli raccontava di quel padre alle Hawaii, dove Barack Obama junior era nato e dove quell’africano insolitamente colto figlio di pastori era sbarcato con una borsa di studio per fare l’Università anni prima. Erano storie che suscitavano tanti interrogativi nel piccolo Barack. Perché il padre aveva abbandonato moglie e figlio così presto? Per andare dove? E prima ancora, com’era stato possibile che in quell’America nella quale il razzismo era ancora così radicato i genitori di una ragazza bianca - sua madre - avessero acconsentito al matrimonio con un africano, per quanto brillante e laureato col massimo dei voti? L’analisi di quel liberalismo spontaneo forse inatteso (e forse no) in un mezzo balordo senza tanta voglia di lavorare e in una discendente di pellerossa di buona famiglia da il la a una riflessione profonda che accompagna Barack Obama lungo tutta la sua vita, dal trasferimento in Indonesia a 6 anni per seguire il nuovo marito della mamma al ritorno negli USA quattro anni dopo, a Los Angeles, New York e infine nelle strade di Chicago, a lavorare nel sociale...

L’ex Presidente degli Stati Uniti e senatore dell’Illinois ha scritto questo libro su commissione a 33 anni, poco dopo essersi laureato in Legge, in occasione della sua nomina a direttore della Harvard Law Review. Un giovane afroamericano - il primo della storia - che aveva raggiunto un traguardo così prestigioso incuriosiva l’ambiente editoriale, e si provvide a stampare circa 20.000 copie la gran parte delle quali ben presto finì a prendere polvere sugli scaffali dei remainder’s. Nei mesi precedenti al Congresso del Partito Democratico che nel 2008 lo ha fatto diventare l’uomo politico più potente del pianeta, quel vecchio libro sfortunato è stato ristampato in 800.000 copie solo negli USA e tradotto in tutto il mondo: un successo annunciato, malgrado fosse tutta da vedere l’accoglienza che il candore con il quale Obama racconta episodi controversi della sua vita - alcol, droga, uno stile di vita ben lontano dai valori tradizionali e zuccherosi che si è soliti proporre come vincenti agli elettori statunitensi, riferimenti etnici e culturali per noi europei inoffensivi, al massimo esotici, ma del tutto incomprensibili per l’americano medio - avrebbe ricevuto. Fu un grande successo, per la cronaca. E ora che Obama è uno dei “padri nobili” del liberalismo mondiale, figuriamoci. Quello che è stato sicuro sin da subito è che questo memoir splendidamente scritto non è il tipo di libro che ci si aspetta da un politico - il che non è del tutto sorprendente se si considera che Barack Obama non è il tipo di politico al quale siamo abituati. Un outsider proveniente da una famiglia sfasciata e tutt’altro che benestante, per padre biologico un africano piacione e fanfarone, poligamo e alcolizzato, per padre adottivo un indonesiano riflessivo e frustrato morto giovane, per madre una donna semplice, coraggiosa, tenace e inquieta. Un bambino che ha radici e ricordi in tre continenti, che ha conosciuto e imparato culture diversissime tra loro, che ha visto il mondo, che si è fatto da solo con l’impegno e la rabbia, che sa cos’è la strada e come è fatta la gente. Un alienato straniero ovunque che ha saputo incanalare il suo disagio in una determinazione feroce, martellante. Uno che non potrebbe mai parlare di "scontro di civiltà" perché quello scontro lo vive - anzi, l’ha superato - ogni giorno quando si guarda allo specchio. Un politico che ha cambiato i quartieri poveri di Chicago e poi gli Stati Uniti e ora vuole cambiare il mondo. Sapete una cosa? Potrebbe farcela.



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