I soldati del re

I soldati del re
Napoli, maggio 1848. Peppino sta salutando Violante: la rivoluzione infatti chiama, bisogna andare a erigere e difendere le barricate e l'amore per una volta non è al primo posto. Il padre di Violante inneggia alla libertà, Peppino con rammarico saluta, forse per l'ultima volta.  Nelle stesse ore la ballerina Olimpia, nota negli ambienti mondani della città, si aggira come uno spettro per le vie deserte della città prossima allo scontro, cercando qualcuno per un qualcosa. Lo studente Angelo non si capacita che ella inciampi proprio in lui e chieda quasi aiuto. Ma anche qui non c'è spazio per i sogni, la realtà incombe, si dà fiato alle trombe, si lancia l'allarme. Nessuno dei personaggi citati poi conosce Rocco, fuciliere in disgrazia dell'esercito borbonico, rimesso di guardia in quei momenti per carenza di uomini, ma certo non famoso per lessere ligio al regolamento militare, anzi…
Piccoli grandi sentimenti, moti dell'animo, nobili e meno nobili speranze, dubbi, incertezze. Umanità varia e variegata, di differente estrazione sociale. Minimalismo ante litteram forse,  in ogni caso microstorie che fanno parte della Storia, ovvero l'insurrezione napoletana, finita nel sangue e presto sconfitta dalla dinastia borbonica, oramai agli sgoccioli del suo secolare regno. Ma stavolta la prospettiva non è di stampo filo-risorgimentale, si cerca infatti anche di esporre i moti e le ragioni di coloro i quali, sebbene vincitori in questo episodio, dodici anni dopo cederanno il passo a Garibaldi ed ai piemontesi. Con una prosa forbita, datata, di stampo ottocentesco, in questri tre racconti contestuali e contestualizzati lo scrittore Carlo Alianello, di famiglia lucana ma nato e  morto a Roma (1901-1981) ritorna sulla tematica a lui cara di un Risorgimento meridionale tutt'altro che patriottico e  tradizionale, rivelando la sua tesi revisonista che il popolo più che altro subì uno scontro fra poteri forti e fu conquistato da un altro esercito, piuttosto che liberato. Non si tratta di revisionismo bieco e gretto, volto più a  scandalizzare o polemizzare, ma basato su intenzioni e fonti precise e svolto con abilità letteraria. Peraltro questo testo non è il più anticonvenzionale dell'autore, come si legge nella ottima prefazione redatta da Giuseppe Lupo in questa edizione (quarta, per la cronaca, ma rigorosamente basata sulla prima mondadoriana del 1952, in piena epoca di celebrazione della Resistenza) per Hacca. In altri romanzi infatti quali L'alfiere la presa di posizione è decisamente più netta ed apodittica. Un’opera dunque che comunque merita attenzione, purché non ci si accomodi sulle tesi dettate dalla manualistica storica ufficiale.

 

 

 

 
 
 
 
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