I soldi di Hitler

I soldi di Hitler
È l’estate del 1945, la guerra è finita. Gita Lauschmann, sedici anni, torna a casa. Torna a casa “da là”, da quel luogo che non sa nominare, perché le parole non riescono a dire. Da quel campo, Gita torna viva, fisicamente viva. Ma invisibile isolata impotente come sotto una spessa lastra di ghiaccio su cui tutti gli altri pattinano bramosi, condannata ad aspettare colui che compirà l’ultimo gesto, colui che, pattinando, stritolerà la fragile saliera - sepolta sotto quella crosta gelida -  attraverso i cui unici fori riesce ancora a respirare. E romperà quel fragilissimo equilibrio che ancora la tiene in vita. Ha paura Gita, degli altri, e dell’abisso sepolto in fondo al suo cuore.  Tornare a casa è ciò che più desidera. Tornare a “prima”. Ai ricordi e agli affetti della sua identità. Rientrare fra le mura della casa in cui è cresciuta, aprire la porta della sala da pranzo con la speranza che da lì nessuno se ne sia mai andato e la deportazione sia solo un ricordo sbagliato, con la speranza di trovare tutti ormai seduti a tavola, che stiano tutti aspettando lei, la ritardataria. Sentire il profumo di un pasto caldo preparato dalla mamma in cucina, riascoltare le voci festose del babbo e dei suoi fratelli Rozálie e Adolf. Mentre stringe la maniglia della porta di casa, Gita promette in cuor suo che farà come la mamma le chiedeva sempre, sì, stavolta starà seduta a tavola dritta per non farsi venire la scoliosi, lo promette lo promette… purché dietro quella porta ci siano mamma e papà e Rozalie e Adolf seduti e sorridenti. Ancora una volta. Anzi, che sghignazzino come pazzi e si rotolino a terra dalle risate, che sia stato tutto uno scherzo crudele, che siano tutti vivi, vivi.  Ma dietro quella porta, non c’è spazio neppure per i ricordi. La realtà sovrasta come un abisso che non si chiude. Perché quella casa, così come tutte le proprietà dei genitori di Gita, è stata confiscata da uomini del nuovo regime ceco che ha in odio i tedeschi. E la famiglia di Gita, ebraica di nazionalità ceca e lingua tedesca, è il nuovo nemico da cacciare e punire. Una famiglia tedesca, i Lauschmann. Tutto il resto,  non conta…
Ha inizio così una storia vera, in una spirale d’odio mai recisa, una storia di una cruda nudità, potente e commovente insieme, una vicenda che attraversa la Cecoslovacchia del secondo Novecento. Le parole di Radka Denemarková, quelle che ci riportano la storia intima di Gita Lauschmann, sono lame taglienti che affondano nella carne e nell’anima. Non addolciscono la realtà. Neppure la falsano dietro uno stile doloroso, eccessivo,  ridondante, che toglierebbe la verità delle cose. La nudità del cuore di Gita Lauschmann è racchiusa in uno stile secco scarno essenziale, talvolta espressionistico e visionario, che ci fa scendere anche negli abissi dell’anima dove sono nascosti segreti di un dolore che le parole non sanno né possono dire. Ed è nella nudità di questa narrazione che ritroviamo la forza potente di questo romanzo, un romanzo che allo stesso modo, senza indulgere ad alcun sentimentalismo, ci riporta l’intensità dei ricordi, la forza degli affetti, la fragilità che si nasconde dietro la forza di vivere e sopravvivere. Un libro che nella nudità della sua scrittura è intenso e commovente,  e diviene insieme una scottante riflessione sull’odio e sul perdono. Una riflessione che senza offrire mai facili, scontate soluzioni pensate a tavolino sa condurci prepotentemente, eppur in punta di piedi, con vigore e poesia dentro la sofferta profondità di vite vissute.

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