I tre matrimoni di Manolita

I tre matrimoni di Manolita
Le spedizioni cominciano ad arrivare al porto di Bilbao nel 1940 a bordo di navi mercantili battenti bandiera statunitense. Alcune delle imbarcazioni hanno nomi esotici, di sapore anglosassone, come “Lehigh” o “Cold-Haiburg”. In altri casi la parola dipinta sullo scafo, per esempio “Artiga” o “Capulín”, sembra essere di origine sudamericana e dunque più sospetta perché familiare, anche se questo dettaglio non ha poi troppa importanza. Il carico che interessa, infatti, non passa mai per la dogana. Le casse vengono caricate a bordo di nascosto, all’alba, a Veracruz o all’Avana, coperte dalle grida e dalle canzoni di un equipaggio abituato a festeggiare l’ultimo scalo americano con una bisboccia memorabile. Quindi attraversano l’Atlantico nascoste nella chiglia, nella stiva o sotto i materassi delle cuccette di alcuni marinai. Arrivate a destinazione, sono gli stessi marinai a distribuirne il contenuto nel bagaglio loro e di altri membri dell’equipaggio che rispondono a due fondamentali requisiti: essere antifascisti e non avere passaporto spagnolo. Per più di un anno e mezzo, questi marinai rappresentano l’unica via di comunicazione tra i comunisti dell’interno e la direzione del Partito esiliata in Sudamerica, l’unica ancora accessibile. Ma nessuno sa come far funzionare le macchine per la stampa. Bisogna andare a chiedere a un militante carcerato…
Manolita non si è mai interessata di politica, cosa che le ha anche creato non pochi problemi all'interno del proprio nucleo familiare, che ha invece fatto dell'impegno per la causa del partito e della libertà, vagheggiata sotto la dittatura, uno degli elementi fondametali della propria interna coesione e della sua stessa esistenza. Capita però a un tratto quasi sempre nella vita che ciò che non ti è mai importato improvvisamente sia la sola cosa che conti, che quella responsabilità, alla fine, tu non possa fare davvero più a meno di prendertela, per amore, senso del dovere e umana solidarietà, che sono in fondo vetri di un medesimo caleidoscopio, sfaccettature differenti che rifrangono la stessa luce e brillano insieme. Almudena Grandes scrive un romanzo bellissimo perché vibrante di passione, che racconta dell'epoca del franchismo, che ha caratterizzato per decenni la scena politica, sociale e culturale della Spagna e di cui ancora oggi si avvertono gli echi nei riferimenti che fungono da sostrato alle più varie esperienze artistiche, siano esse letterarie o cinematografiche. Parla del passato, della speranza di un cambiamento, di costruzione e ricostruzione, argomenti che anche, se non soprattutto, grazie al suo stile che ha il respiro dell'epica, e alla struttura della narrazione, debitrice di molte lezioni a Márquez, Vargas Llosa e Amaro, solo per far tre nomi, rintoccano come campane, moniti attuali per tutti noi contemporanei a non abbandonare gli ideali che ci appartengono.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER