I veleni della dolce Linnea

I veleni della dolce Linnea

Nell’idilliaca campagna di Harmisto, a cinquanta chilometri da Helsinki, la vita tranquilla di Linnea Ravaska ha preso da qualche tempo una brutta piega: lo sciagurato nipote Kauko “Kake” Nyyssönen si presenta ogni mese per riscuotere la sua pensione di vedova assieme ai compagni di bagordi Jari Fagerström e Pertti Lahtela. La “colonnella” sopporta stoicamente le angherie del terzetto che tra minacce, oscene rincorse senza veli sul suo prato e festini nella sauna a base di birra tiepida e volgarità di ogni sorta, sembra deciso a devastarle la proprietà e rovinarle la vecchiaia. Ma la sera in cui viene costretta a scotennare un porcellino rubato chissà dove e a firmare un falso testamento a favore di Kake, inizia davvero a temere per la propria incolumità; così, dopo aver denunciato alla polizia i malviventi, fugge in paese col suo gatto al seguito e l'inseparabile beauty-case sottobraccio. L’instabile Kake, offeso dal comportamento della zia, giura vendetta e si mette sulle sue tracce. Nel frattempo Linnea, ospite del canuto e galante medico Jakko Kivistö, con cui ha avuto una storia in passato, si intrattiene leggendo testi di chimica e inizia a sviluppare un insano interesse per i veleni, che distilla da pesticidi, antigelo e spugnole fresche e testa su sfortunati piccioni e, in dosi minori, su altrettanto sfortunati esseri umani. Dopo diversi tentativi giunge a una composizione perfetta e letale, che decide di portare sempre con sé, in una siringa nascosta nel suo manicotto di pelliccia preferito, pronta a togliersi la vita pur di non subire altre umiliazioni...

Lo humour , la leggerezza e il cinismo che rendono Arto Paasilinna uno dei più interessanti scrittori nordici contemporanei emergono con insistenza dietro la delicatezza e la bellezza del paesaggio fiabesco e idilliaco che sa dipingere come pochi altri. La trama si sviluppa in modo estremamente lineare e l’apparente semplicità della scrittura di Paasilinna diverte e sconcerta allo stesso tempo. “Alla morte non ci si abitua mai”, ripete continuamente Linnea a se stessa: frase che pian piano va perdendo di significato, in quanto i protagonisti, la cui caratterizzazione sconfina spesso nel grottesco, e specialmente la “dolce” Linnea, non solo si abituano alla morte (e che morte...), ma crudeltà e omicidio – volontario o involontario, poco importa – divengono parte integrante della loro quotidianità. Non mancano brevi ed esilaranti storie parallele, aneddoti irriverenti e stralci di storia contemporanea finlandese, cui si affiancano la descrizione critica della società odierna, arida e ipocrita, e il delicato rapporto tra la vecchia generazione, conservatrice e moralista, e la nuova, emarginata e allo sbaraglio. La vicenda a tratti surreale di Linnea lancia sassolini nel profondo lago della riflessione, stimolando il lettore a trarre le proprie conclusioni, a stabilire cosa sia giusto e cosa sbagliato, cosa immorale e cosa moralmente accettabile. Il limite è labile e, alla resa dei conti, la porta della dannazione è aperta a tutti. Proprio a tutti.



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