I viaggi di Gulliver

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Novembre 1699. Lemuel Gulliver, che ha ripetutamente provato senza successo a costruirsi una carriera come chirurgo a Londra ma alla fine ha dovuto rassegnarsi al fatto che riesce a trovare lavoro solo come medico sulle navi che salpano dall’Inghilterra per le Indie Orientali e Occidentali, stavolta è a bordo della “Antilope” comandata dal capitano Prichard. Un violento fortunale spinge la nave a nord-ovest della terra di Van Diemen, a 30° e 2’ di latitudine sud, e la scaraventa su uno scoglio, spezzandola in due tronconi. Gulliver si cala in una scialuppa di salvataggio con cinque compagni ma dopo solo mezz’ora una spaventosa raffica di vento rovescia la scialuppa. L’uomo si ritrova solo in mare: cerca di nuotare ma ben presto si limita a galleggiare sfinito. La corrente però per fortuna lo porta verso una costa: con le ultime energie rimaste Gulliver raggiunge la riva, perlustra i dintorni senza trovare nessun segno di vita e crolla addormentato “sull’erba bassa e tenera” per circa nove ore. Quando si sveglia non riesce a muoversi: sente “le braccia e le gambe legate da entrambe le parti alla terra” e così i lunghi capelli. Molti legacci sottili gli attraversano il corpo dalle ascelle alle cosce. Riesce solo a guardare in alto, ma deve tenere gli occhi chiusi per sfuggire ad un sole implacabile. Sente “un rumore confuso ai fianchi”, ma nella posizione in cui giace non vede altro che il cielo. All’improvviso avverte che qualcosa di vivo gli sta camminando sulla coscia. Un insetto? Un granchio? Guardando in basso quel poco che può, vede che si tratta di un uomo, ma alto solo una quindicina di centimetri, “con arco, frecce e il turcasso sul dorso” e che dietro di lui stanno arrampicandosi sul suo corpo “almeno una quarantina della stessa specie”. Terrorizzato, Gulliver urla, spaventando gli uomini minuscoli. Uno di loro però arriva al volto di Gulliver e gli grida: “Hekinah Degul!”. Spazientito, Gulliver inizia a divincolarsi sempre più forte, finché “con un violento strattone che gli fa un gran male, allenta le cordicelle che gli tengono la testa piegata sulla sinistra”. Un vociare acutissimo accompagna questo suoi sforzi: “Tolgo Phonac!” urlano i piccoli guerrieri al gigante. Gulliver viene colpito da nugoli di piccolissime frecce, pungenti come aghi, decide quindi per il momento di starsene fermo e buono almeno fino a notte fatta, per provare a liberarsi con il favore del buio…

Una rilettura “ragionata” de I viaggi di Gulliver riserva molte sorprese rispetto a quanto del romanzo di Jonathan Swift è ormai sedimentato nell’immaginario collettivo, soprattutto grazie alle riduzioni cinematografiche o alle versioni per bambini della sua opera più famosa. Prima di tutto, i viaggi sono quattro e non due, e tra un viaggio e l’altro il protagonista torna in Inghilterra (seppure per periodi variabili e tranne che tra il primo e il secondo viaggio): a Lilliput nel 1699 scopre una popolazione di uomini minuscoli, a Brobdingnag nel 1702 è catturato da giganti e trattato come un animale domestico, a Balnibarbi, Luggnagg, Glubbdubdrib (passando per il Giappone) nel 1706 visita rispettivamente una città volante, un luogo infestato dagli spettri di famosi personaggi storici e un reame di immortali e infine a Houyhnhnm nel 1710 scopre un luogo in cui gli uomini sono dominati da cavalli parlanti. In secondo luogo, I viaggi di Gulliver doveva essere inizialmente il lavoro di un collettivo letterario, lo Scriblerus Club, costituito da Swift, John Gay, Alexander Pope e John Arbuthno. Il romanzo non è mai andato oltre una prima bozza, che però Swift ha successivamente utilizzato per portare a termine la sua versione, elaborata tra 1720 e 1725. Non era un buon periodo per Swift, che aveva già superato i cinquant’anni e non era ormai più il polemista celeberrimo, ammirato e temuto per il potere del suo linguaggio tagliente che era stato anni prima. La sua scelta nel 1710 di unirsi ai Tory abbandonando i Whig era infatti stata poco felice: dopo solo quattro anni il partito conservatore aveva perso rovinosamente le elezioni e Swift, a causa dello spoils system, era stato spedito a Dublino con l’incarico di Decano di St. Patrick. Nella sua città natale, lontano dai centri nevralgici del potere, condannato a una marginalità che non riusciva ad accettare, lo scrittore scrisse molte opere memorabili, tra cui proprio Travels into Several Remote Nations of the World. In Four Parts By Lemuel Gulliver, First a Surgeon, and then a Captain of Several Ships (questo il titolo originale dell’opera). Un romanzo che quindi è anche un violento, rancoroso attacco agli avversari politici di Swift. Ma che grazie al talento visionario del suo autore si eleva fino a divenire un monito generale e sganciato dall’attualità, valido in ogni epoca. Lemuel Gulliver ha la funzione di provocare, di portare al punto di crisi i vari contesti culturali in cui si imbatte, che sono in realtà altrettante facce della cultura occidentale. “In altre parole”, spiega Attilio Brilli, uno tra i massimi storici della letteratura di viaggio, “il mondo occidentale si interroga e si risponde attraverso Gulliver e i suoi interlocutori, si accusa e si difende”. Swift però non poteva percepire la natura generale del suo romanzo, ne percepiva solo la natura di pamphlet politico, così inviò il manoscritto in forma riservata all’editore Benjamin Motte, suggerendo cautela e proponendo di pubblicarlo sotto pseudonimo. Motte, senza avvertire Swift, pubblicò direttamente I viaggi di Gulliver senza dargli il tempo di correggere le bozze. E fece anche di peggio: la prima edizione non solo era piena di refusi – scoprì con orrore Swift – ma conteneva delle arbitrarie modifiche introdotte da Motte. Swift era comprensibilmente infuriato, ma solo nel 1735 riuscì a dare alle stampe una versione corretta del testo: nel frattempo il libro ebbe un successo strepitoso, 10.000 copie vendute in tre settimane. Sin da subito, i lettori avvertirono forte l’esigenza di avere a disposizione un sistema interpretativo per decodificare le bordate satiriche e i simboli dell’opera: addirittura dopo sole due settimane già era in vendita un libro che offriva una chiave interpretativa, A key, Being Observations and Explanatory Notes upon the Travels of Lemuel Gulliver, purtroppo andato perduto. Le ragioni delle vendite stratosferiche de I viaggi di Gulliver non erano però solo legate alla sua natura di virulenta satira politica: Swift – inserendosi nel filone di grande successo ai suoi tempi dei reportage da Paesi esotici – aveva ambientato il suo libro nelle regioni visitate da uno dei viaggiatori più celebri della sua epoca, William Dampier. Un mix irresistibile di grande acume commerciale, talento artistico e anticonformismo. George Orwell ha scritto: “Abbiamo ragione quando pensiamo che Swift sia stato un ribelle ed un iconoclasta, ma tranne che in pochi aspetti – per esempio la sua insistenza sul fatto che le donne avessero diritto alla stessa istruzione degli uomini – non può essere etichettato come “di sinistra”. Era piuttosto un conservatore anarcoide, che disprezzava l’autorità ma non credeva nella libertà, che si sentiva aristocratico anche se vedeva perfettamente i vizi e la decadenza dell’aristocrazia”. Disgusto, rancore, pessimismo rappresentano il leit motiv del racconto delle mirabolanti avventure di Lemuel Gulliver, e questo disgusto per l’umanità aumenta pagina dopo pagina, fino a diventare quasi sgradevole tanto è marcato. Due curiosità. Il rapporto tra Gulliver e gli abitanti di Lilliput prima e Brobdingnag poi è regolato da una costante matematica, il numero dodici, e “reso verosimile da un linguaggio fatto tutto di misure, di pesi, di volumi”, come fa notare ancora Attilio Brilli. Non esiste il piccolo e il grande, esiste solo la misura matematica “o la glossa del narratore che parla tra parentesi e spiega misure e rapporti”. In secondo luogo, impossibile non notare l’insistenza di Swift sul tema delle funzioni corporali – pressoché sempre ignorato dagli autori di tutti i tempi, quasi che i personaggi non abbiano mai l’esigenza di urinare e defecare – che lo scrittore qui più volte inserisce nel tessuto della trama, giocando sui comprensibili paradossi che derivano dalle gigantesche proporzioni del protagonista o di tutti gli altri.



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