I Viceré

La famiglia Uzeda di Francalanza è un nobile casato catanese discendente dai Viceré di Spagna. Alle soglie dell’Unità d’Italia i diversi membri sopravvissuti si affannano a mantenere i loro privilegi e a alimentare i propri vizi: denaro e passioni. Il Principe Giacomo e la sua variopinta corte di parenti – tra i quali il poco spirituale monaco Don Blasco, l’inetto Principe Ferdinando, l’avida zitella donna Ferdinanda - dopo la morte della matriarca Teresa sono impegnati a dividersi il vasto patrimonio di famiglia, che va assolutamente difeso e se possibile incrementato, attraverso matrimoni combinati, odi atavici, alleanze dolorose ma necessarie e manovre illecite. Consalvo, il rampollo viziato del Principe – al contrario di sua sorella Teresa che asseconda in tutti i modi i desideri dell’arido genitore - si occupa di dissipare le sostanze paterne, e dopo una infanzia passata in seminario conduce una vita tra donne di malaffare, amicizie poco raccomandabili e discutibili divertimenti. Un lungo viaggio attraverso l’Europa – causato da una violenta lite con il Principe per una ingente cambiale - finirà con il mutare l’anima di Consalvo che da inguaribile vizioso deciderà di convogliare, invece, le sue energie in una ben più insana passione, la politica, riuscendo, infine, a diventare deputato del Parlamento di Roma...

“Ora che l’Italia è fatta dobbiamo fare gli affari nostri”. In questa frase perentoria e profetica- usata anche come “lancio” della modesta pellicola tratta dal romanzo e diretta da Roberto Faenza – risiede forse il motivo per il quale questo romanzo non ha mai goduto gli stessi onori attribuiti ad un grande classico come I promessi sposi. Ad affossare il successo del libro contribuì anche la feroce critica che Benedetto Croce emise come una sentenza di morte letteraria: “È un’opera pesante, che non illumina l’intelletto come non fa mai battere il cuore (…)”. I Viceré rimane invece, a dispetto di tutto, uno dei grandi classici della nostra letteratura, di certo più spietato e meno raffinato de Il Gattopardo: il Principe Giacomo non ha la nobiltà, d’animo e di modi, del Principe di Salina e si comporta con la grettezza di un contadino che lo fa somigliare molto di più ad un Mastro Don Gesualdo. La potenza letteraria e lo spietato quadro sociale delle pagine di De Roberto non compiacciono il lettore ma lo consegnano in balia degli umori dei suoi personaggi, e tra tante nefandezze e perfidie non è facile prendere le parti di nessuno di loro. La stirpe malata e folle descritta dallo scrittore napoletano – com’è vicino il naturalismo di Emile Zola e come sono simili le “tare ereditarie” dei suoi, pur borghesi, Rougon Macquart – passa il suo tempo a coltivare denaro, odi e pazzie a dispetto della Storia che cambia e che finirà con il seppellirli tutti tranne il lungimirante onorevole Consalvo. La Commedia Umana parla il dialetto siciliano e ha il sapore di una cassata andata a male, scenografica ma stantia, il cui sapore ci ricorda che siamo tutti discendenti della stirpe malata degli Uzeda di Francalanza.



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