Idaho

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Idaho, 2004. Ann e Wade sono sposati da otto anni, periodo in cui lei ha assistito inerme al progressivo spegnersi di lui, della sua memoria, della sua identità. Vivono soli, nel deserto della montagna e con la sola compagnia degli animali. Wade è diventato aggressivo, negli ultimi tempi: se qualcosa non va come si aspetterebbe preme la faccia di lei contro la superficie più vicina che riesce a trovare, anche se è ruvida, anche se è tagliente, come è solito fare con i cani che ha addestrato per tutta una vita. Le preme la faccia e poi dimentica di averlo fatto. Suo padre, e prima di lui suo nonno, sono morti a poco più di cinquant’anni dello stesso male. Wade sa che il suo destino è segnato, che è solo questione di tempo. Ann subisce tutto questo in silenzio, perché in lei emerge un bisogno più forte: restituire la parola ai ricordi che Wade non le ha mai raccontato davvero, scoprire una volta per tutte chi è l’uomo che ha sposato, che un pomeriggio di tanti anni prima ha portato la moglie Jenny e le figlie May e June a raccogliere legna con il pickup, ed era a due passi da Jenny mentre lei uccideva la loro figlia minore con un secco colpo di accetta, e tutto ciò che Wade riuscì a fare fu gridare all’altra di scappare nel bosco, più veloce, il più veloce possibile, e non tornare indietro…

La scrittura di Emily Ruskovich è come certe montagne, è come ci immaginiamo che sia l’Idaho, un luogo in cui molti di noi non sono stati e probabilmente non visiteranno mai. Una montagna aspra e asciutta, con certe punte aguzze che fanno male e non perdonano, ma che dopo pochi passi sa diventare morbida, scoscesa, arrotolata in un pendio dietro l’altro. Siamo noi a doverci adattare a lei, a ciò che di volta in volta sceglie di offrirci, camminandole sopra a passo felpato per evitare di caderci dentro. Camminiamo e sappiamo che tra quei sentieri potrebbe esserci qualcuno da salvare, o qualcuno che non può essere più salvato. Ruskovich ci aiuta a ricomporre quei pezzetti di memoria che Wade sta pian piano lasciando andare, un uomo che prima ha perso due figlie e poi il ricordo di averle perse, ma di tutto questo è rimasta ugualmente una traccia, una memoria dell’acqua. “Il dolore è presente nel suo corpo come la firma è presente nella sua mano”, scrive Ruskovich in una delle immagini più potenti del libro. Quella che inizia come la trama di un mistero, si dipana in una molteplicità di salti temporali e punti di vista, a ricordarci che la realtà, anche la più tragica e inspiegabile, è sempre un po’ più complessa di così.



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