Ieri

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Sandor Lester è un uomo senza radici, con una nuova identità, un nuovo posto in cui vivere fuori dal villaggio natìo, quando era un’altra persona. Di giorno fa l’operaio in una fabbrica di orologi; di sera talvolta frequenta Yolande, più per passatempo che per vero sentimento d’amore. Oppure si riunisce con quei pochi amici che si è trovato, alcuni provenienti dal centro rifugiati. Altre volte rientra nella sua modesta casa e prova a scrivere poesie. Dedicate a lei, Line: in parte donna ideale frutto della sua fantasia, in parte bambina realmente esistita, compagna di classe alle elementari, figlia del maestro del villaggio. Di lei è sempre stato innamorato, il costante ricordo è anche il doloroso legame con la vita passata, e la riconosce in una donna adulta con una bambina di cinque mesi in braccio che una mattina monta sull’autobus che conduce in fabbrica gli operai. Il suo nome è Caroline, Carole per il marito Koloman. Ma indipendentemente da come si faccia chiamare ora, da adulta, quella donna è lei, è Line, l’amore impossibile. L’incontro tra i due, dapprima freddo e misurato, sfocia poi in un amore romantico ma al tempo stesso travolgente e destinato a generare una tragedia che porta Sandor a compiere lo stesso rabbioso gesto di cui si macchiò l’ultimo giorno in fu Tobias Horvath, il figlio della puttana del villaggio e di un uomo tra i tanti che erano andati a letto con sua madre…

Poche pagine ma ricche di tragedia e intensità che confermano la maestosità dello stile della scrittrice ungherese Agota Kristof e le principali caratteristiche di molti dei suoi personaggi. La posizione di Tobias, costretto a diventare Sandor e che non vorrà più tornare nel suo villaggio, fa da contraltare a quella di Line venuta via dal villaggio per seguire il marito, costretta a lavorare nella fabbrica con il sogno di riunire tutta la sua famiglia non appena possibile, rientrando al villaggio. Il tema della fabbrica è un altro dei temi cari alla Kristof, che di fatto si rifugiò con il marito e la figlia in Svizzera poiché lui aveva paura di essere catturato dal regime sovietico. E di quella esperienza la stessa autrice dichiarò in un’intervista che i due anni di prigione nell’ex URSS sarebbero forse stati meno peggio che i cinque in fabbrica. Con evidente riferimento alla monotonia, all’alienazione e alle nevrosi alle quali la vita di fabbrica costringe e di cui entrambi i protagonisti di Ieri sono in un modo o in un altro vittime. Nonché entrambi vittime di se stessi, del loro passato e infine del loro amore. Ieri è uno di quei romanzi che perfettamente si sposa con le sue circa cento pagine: niente di così intenso avrebbe avuto la stessa efficacia con il doppio o il triplo della lunghezza.



 

 

 

 
 
 
 

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