Il ballo dei pescicani

Il ballo dei pescicani

Il 2 novembre 1931 Aldo Pomini e l'amico Albert Dufermont tentano una rapina all'ufficio postale di Bandol, piccola cittadina di mare nei pressi di Toulon. Ma non sono rapinatori professionisti: goffi, impacciati e impauriti dalle urla sghignazzanti delle impiegate si danno alla fuga col sacco vuoto. Vengono catturati e sottoposti a giudizio. Il furto non è stato consumato, nessuno è stato ferito, i due pensano di potersela cavare con qualche mese di reclusione. E invece no, a nulla serve l'appassionata arringa dell'avvocato Maitre Castelbouc. La Corte d'assise non da attenuanti e poco importa se Aldo a neanche vent'anni era rimasto orfano e prima si era sempre dato da fare per aiutare la madre; gli danno cinque anni di lavori forzati. Viene portato prima nel carcere della piccola cittadina di Arles, poi al carcere centrale di Fortevrault. Lavora prima come carpentiere, poi come sarto. Ma la vita a Fortevrault non è affatto facile (non che ad Arles fosse una passeggiata): condizioni igienico-sanitarie pietose, rancio misero, disciplina ferrea, anche troppo; basta un po' di chiacchiericcio per trovarsi in cella di rigore, massacrati di bastonate dal “boia”, un altro detenuto usato come carnefice dei propri compagni e poi lasciato morire di stenti e altrettanta violenza. Vengono tempi anche peggiori: il trasferimento in Guyana, dove il “climat” è pessimo e basta poco per ammalarsi di malaria o dissenteria e dove l’evasione equivarrebbe al suicidio. Ma Aldo ha la tempra forte e riesce ad ottenere un lavoro come panettiere, il suo vero mestiere, quello che in breve tempo gli consente di guadagnare denaro e rispettabilità. Ma la strada è lunga e impervia e il ritorno alla libertà lontano. Tra storie di vita violenta e amabile solidarietà umana dal sapore di tabacco e cioccolata, la vicenda vera di un forzato raccontata attraverso le storie di tanti dimenticati...

“Se domani vado in Europa e dico a uno che ho fatto cinque anni di lavori forzati, mi dice subito: Mi escusa, ho un appuntamento e sono in ritardo”. A pochi giorni dalla libertà, Pomini confessa ad un altro recluso cosa lo aspetta al ritorno alla vita normale. Un po' come quando i nostri nonni vogliono raccontarci le storie di guerra e colpevolmente (e un po' vigliaccamente) cerchiamo di defilarci, convinti di avere di meglio da fare. Un vero peccato perché, come direbbe Antonio Pennacchi: “questa è una storia vera, non è fuffa” e forse proprio per questo mantiene indomita la forza della narrazione. Tutt’altro che una sterile autobiografia: l’autore non si barrica nel doloroso compianto delle proprie sofferenze ma si racconta attraverso le vite degli altri; storie che per la loro brutale veridicità mantengono intatta l’autenticità dell’essere umano. Ma il vero motore trainante di tutto il libro è lo stile. Una straordinaria miscela di linguaggi: creolo piemontese, italiano colloquiale, ricco di francesismi e qualche ispanismo (un “ibrido spontaneo”, come lo chiama Gian Paolo Caprettini nella postfazione); dolci ruvidità, vitalità prorompente del colloquiale; saggezza dell'ignoranza; forme immediate (non mediate) e sincere, in grado di recuperare la dignità della persona, non facendola disperdere nei meandri del lessico; quasi parlassimo con un vecchio zio contadino, col quale assaporare la vita vera, senza invenzioni stilistiche o intenzioni sensazionaliste. Un libro del 1973 che meriterebbe di essere riscoperto; quasi si potesse auspicare un moto d'orgoglio della letteratura, un rizampillare da una vecchia fontana in disuso, uno scatto a ritroso d' umiltà e d'orgoglio; in barba all'egocentrismo degli autori contemporanei.

 

 

 
 
 
 
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