Il bambino Alberto

Alberto Moravia racconta la sua infanzia. Le ore passate a leggere nel piccolo giardino della casa romana di via Sgambati, sotto un berceau coperto di profumatissime roselline bianche; il padre architetto di poco successo – capace di pirotecnici scoppi d’ira per stupidaggini ma per le cose importanti silenzioso e quasi assente dalla vita familiare – che metteva la cipolla dappertutto e appena nessuno lo guardava scoperchiava la pentola del sugo, prendeva un pezzo di pane e lo intingeva nel pomodoro; la madre elegantissima e ossessionata dalle convenzioni; le tante governanti tra le quali una polacca oggetto dei primi turbamenti sessuali; il rapporto rarefatto con le sorelle più grandi (una appassionata di tennis, l’altra di pittura), con le quali non giocava e che a malapena vedeva; la tubercolosi ossea che lo colpì all’anca e che il medico di famiglia – che suo padre non aveva coraggio di contraddire o cambiare – non aveva riconosciuto e pretendeva di curare con un gesso correttivo; il ricovero in sanatorio passato seduto o sdraiato a divorare i libri della biblioteca Viesseux e a osservare gli improbabili compagni di sventura e le loro tresche…

In questa lunga intervista datata 1986 che un Moravia settantottenne rilascia alla ex compagna Dacia Maraini – curiosamente proprio nell’anno del matrimonio con la nuova compagna, quella Carmen Llera tanto più giovane di lui – il filo della memoria pare dipanarsi con una certa macchinosità, quasi che l’anziano scrittore si presti alle curiosità della Maraini un po’ controvoglia, smitizzando l’esercizio del ricordo: “Il passato è come il carbone coke, quando brucia rimangono solo le scorie: pezzi di materia nera leggera leggera. Ti ha scaldato e poi è finito”. È un approccio che apre sin da subito una piccolissima ferita nel cuore del lettore, come ci succede quando riceviamo una risposta sgarbata o una indelicatezza. La situazione ahinoi non migliora con il passare delle pagine: al netto dell’oggettivo interesse che le vicende familiari di un uomo importante (e che peraltro si svolgono in un periodo storico lontano e decisivo, subito prima e subito dopo l’avvento del fascismo) non possono non suscitare, dopo un po’ il modo in cui Moravia racconta il se stesso bambino fatalmente ci indispone. Tutto è sminuito, negato, ridimensionato, in una furia nichilista che mette a dura prova anche il più cinico dei misantropi: Che provavi? Non provavo niente. Che rapporto avevate? Nessun rapporto. Di che parlavate? Non parlavamo. “La famiglia è basata sul tabù dell’incesto. E questo tabù può essere risolto in due modi: o con una specie di sublimazione e allora si ha la famiglia affettuosa in cui tutti si vogliono bene; o con la nevrosi, cioè la famiglia in cui tutti si voglion male”: interessante, e la tua famiglia di quale tipo era? Né sublimata né nevrotica. Ecco, ti pareva. L’unico squarcio in questo cielo grigio di (guarda caso) indifferenza è il racconto della malattia, che regala momenti di tenera umanità. Se non altro va riconosciuta a Moravia la coerenza con cui rivendica e proclama il suo distacco dalle convenzioni, dai legami familiari, dall’immagine canonica dell’infanzia: “Non essendo capace di avere rapporti con la realtà la disprezzavo”, ma certo Il bambino Alberto è una prova tangibile della celebre massima moraviana “Credo in letteratura al desiderio più che alla soddisfazione dello stesso desiderio”. In appendice ci sono anche brevi dialoghi con le sorelle dello scrittore Adriana ed Elena, punti di vista solo leggermente diversi sulle stesse vicende familiari.



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