Il bambino che narrava storie

Il bambino che narrava storie
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Una recinzione alta di filo spinato, le Divise che controllano giorno e notte e non hanno certo delle buone maniere. Il Family di qua, l’Alfa e il Beta di là. Il caldo torrido, la terra bruciata, le tende. Questo è tutto il mondo che Subhi conosce, nato e cresciuto nel campo senza aver mai messo un piede fuori. Ovvio che dia il tormento, come solo i bambini sanno fare, a tutti gli anziani del campo per farsi narrare storie: loro hanno dei ricordi del prima mentre lui no. Anche sua madre, quando era in forze, gli raccontava tante storie, e lui rimaneva lì, incantato ad ascoltare. Sognava anche il suo Ba, suo padre, che avrebbe dovuto raggiungerli e portarli via da lì. Eppure il Ba non arriva. Di notte, però, il mondo fantastico di Subhi si riempie di vita, con un’onda che gli porta oggetti, suggestioni e il suono delle balene. Nella sua mente ogni ritrovamento diventa una storia nuova, custodita gelosamente nelle orecchie del suo papero di gomma, l’unica creatura interessata ai racconti del bambino. Fino all’arrivo di Jimmie, almeno. Spunta così, dentro al campo, una sera ma si capisce subito che non è di lì, che viene da fuori. Jimmie non sa leggere, è solo una bambina che si sente sola e vorrebbe sentire ancora nelle orecchie il suono della voce di sua madre. Anche lei raccontava delle bellissime storie. Così è Subhi a raccogliere quel tesoro, a leggere il diario lasciato dalla mamma alla figlia, sorseggiando intanto la cioccolata calda che lei gli porta in cambio, segno tangibile di un mondo che esiste e non è forse così irraggiungibile …

Una storia quanto mai attuale, questa. Non un romanzo di denuncia in senso stretto, ma una favola simbolica che di certo vuole ‒ e ha il merito di ‒ accendere un riflettore sull’orrore dei campi (di detenzione) per profughi. Con in più il dono della leggerezza, quella che solo gli occhi di un bambino possono conservare anche nelle situazioni più drammatiche. La storia è piena di dolcezza e di dolore, cui però non si cede mai in maniera compiaciuta; i personaggi, pure se si muovono su un palcoscenico minuscolo, incarnano ciascuno un modo tutto umano di reagire alla tragedia. Così Subhi e Jimmie rappresentano la gioia delle piccole cose, dei sentimenti autentici al di là delle barriere. L’amico Eli invece reagisce con coraggio e si ribella, affrontando le botte, le angherie e perfino la morte per lottare contro un sistema iniquo. In altri, un cinico pragmatismo ha preso il sopravvento. Per chi legge, agghiacciante pensare che chi scappa da una violenza ingiustamente subita debba subirne una nuova e ugualmente ingiusta, lì dove pensava di trovare una mano tesa. Ancora più forte la consapevolezza che, nonostante le atrocità che la storia ci ha tramandato, ancora oggi le politiche scritte intorno a un tavolo sono del tutto avulse dalla realtà degli individui. Meno male che Jimmie e Subhi ci ricordano che, quando c’è la volontà, cambiare è possibile.



 

 

 
 
 
 

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