Il bambino pesce

Il bambino pesce
La vita di casa Brönte, nel borghesissimo quartiere di Acassuso a Buenos Aires, è cambiata nel giorno in cui la Guayi ne ha varcato la soglia. Nel suo vestito rosa da cameriera, parlando e cantando in guaranì ha sedotto tutti: il cane Serafino, voce narrante della storia, il gelido padre, scrittore affermato affetto da manie suicide e indifferente allo sfacelo della sua famiglia. E poi Lala, la figlia. Strana, taciturna, enigmatica e senza un amico al mondo, si è disperatamente innamorata di questa bellissima india, che sembra ricambiarla, al punto da progettare di scappare insieme in Paraguay, e costruire una casa dove vuole lei, proprio sulle sponde del lago Ypacaraì. Per farlo non importa se dovrà uccidere suo padre, colpevole di aver messo gli occhi sulla sua amata, con dieci pasticche di ketamina in un bicchiere di latte: scortata da Serafino, Lala parte verso il Paraguay, dove forse la Guayi, già fuggita con tutti i loro soldi, li sta aspettando. Ma lì trovano solo Charo, il vecchio nonno della Guayi, che sembra essersi dileguata chissà dove. Lala pazientemente l’aspetta, costruendo la casa e con essa il passato della sua amata tramite persone e luoghi: il suo cuore spezzato, un bambino nato e cresciuto nella vasca da bagno e poi abbandonato alle braccia del lago. Il famoso bambino pesce della leggenda raccontatale da Charo, e con cui Lala è certa di aver nuotato sul fondo del lago. Ma la realtà è ben diversa. Liberata la Guayi , ingiustamente detenuta a Buenos Aires per l’omicidio di Bronte e avviata alla prostituzione da una guardia carceraria, Lala tornerà con lei in Paraguay. Sole, su un treno preso al volo dopo una serie di avventure tra il noir e il film d’azione, le due si troveranno a gestire i brandelli di un amore che forse non è mai realmente esistito e faccia a faccia con la più triste delle verità che nessuna leggenda può cancellare...
D’amore e d’ombra, per citare Isabel Allende. Un amore, quello di Lala, talmente assoluto e incontrollato da sfiorare l’autolesionismo e la cecità, e il mistero che avvolge la Guayi, bruna e sensuale come le note di un tango crudele e corrotto, ma in grado ammaliare chiunque, che si lascia amare per sopravvivere senza svelare i suoi dolorosi segreti e la sua fragilità. È questo che avvince il lettore nel libro della Puenzo e che ne innalza il valore anche a fronte dell’infelicità narrativa di alcuni passaggi ed episodi (uno su tutti, la liberazione della Guayi). Imperfezioni che non impediscono di partecipare al vortice di passione che travolge le protagoniste e di fermarci a  riflettere su quanto crudeli possano essere le conseguenze di un abbandono così totale ai sentimenti. C’è una linea triste e crudele che percorre la storia di Guayi e Lala e gli impedisce di essere realmente luminosa, allegra, felice e che, a ben guardare, altro non è che la riproposizione dell’antico dualismo tra amore e morte. Un connubio indissolubile che occupa interamente la scena, mettendo in secondo piano questioni che pure hanno una certa importanza come quella razziale e quella dell’omosessualità, raccontata con grazia e buongusto da un’autrice non nuova a queste tematiche come dimostra il suo film "XXY", premiato dalla critica a Cannes. Forse una delusione per quanti, viste le premesse, cercavano una storia morbosa, ma una lettura piacevole e consigliata per chi dall’amore non cerca solo il lieto fine.

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