Il banchiere dei poveri

Il banchiere dei poveri
Sufia Begum ha 21 anni, tre figli che corrono nudi nel cortile, ed è analfabeta. Impaglia sgabelli di bambù per mantenere fisso il suo livello di povertà, guadagnando cinque taka e cinque paisa: i cinque taka li restituisce al commerciante che le ha anticipato il bambù e che ora riacquista di diritto - e sottopagandolo - lo sgabello; con i cinque paisa (due centesimi di dollaro) riesce a non morire di fame. Come lei, a Jobra, uno dei villaggi più poveri del Bangladesh, altre quarantadue persone vivono sfruttate da commercianti che, in cambio di un anticipo per l’acquisto dei materiali da lavoro, li espropriano da qualsiasi frutto utile ad ottenere un minimo miglioramento delle proprie condizioni di vita. Quarantadue famiglie cui basterebbe un prestito totale di 856 taka, cioè meno di 27 dollari, per uscire dalla miseria...
Non è un romanzo: è la vita di Muhammad Yunus, professore di Economia all’università di Chittagong, che un giorno decide di uscire dal sicuro della sua aula e di avventurarsi tra i poveri che muoiono sui marciapiedi della facoltà, per capire fino a che punto tutte le teorie studiate ed insegnate fossero valide nella vita reale. L’incontro con Sufia e con i suoi bambini è determinante: la donna è analfabeta, ma non è sprovvista di utili competenze, ed è sicuramente dotata di una capacità, la capacità di sopravvivenza. Ragionando su questo concetto, Yunus si convince che i poveri non sono tali per stupidità o pigrizia, anzi lavorano tutto il giorno svolgendo mansioni anche complesse,  ma perché le strutture finanziarie  non sono disposte a permettere un loro miglioramento. Quello che serve, allora, è un intervento esterno: l’intervento di Yunus Muhammad. Che, senza ricorrere a teorie economiche e neanche a collette o campagne di beneficienza, mette mano al suo portafoglio e non fa la carità: fa un prestito. Un prestito ben preciso. Porge alla sua assistente, Maimuna, 27 dollari e la incarica di distribuirli tra le quarantadue famiglie di Jobra per rimborsare i commercianti senza dover rivendere loro il proprio sgabello o l’oggetto del proprio lavoro. In questo modo, pensa Yunus, potranno vendere i loro prodotti a chi farà loro un buon prezzo, aumenteranno il proprio margine di guadagno e potranno cosi iniziare a migliorare le proprie condizioni di vita. “E quando dovranno restituirli?” chiede Maimuna. “Quando potranno”, risponde Yunus “ e non prendero’ nessun interesse, non è che lo faccio per mestiere”. Questo è l’inizio della storia che ha portato alla creazione di Grameen (che in bengalese significa “contadino”),  un sistema di microcredito rurale che, in spregio a qualsiasi regola del mondo bancario, concede prestiti e supporto organizzativo a tutti coloro che non avrebbero altrimenti accesso ai tradizionali istituti bancari. Dopo l’esperimento di Jobra, Yunus riesce a convincere una piccola banca della regione a concedere dei minuscoli crediti (20 dollari al massimo), destinati ai più poveri ed elargiti senza garanzie e senza bisogno di compilare alcun modulo (essendo i richiedenti per lo più analfabeti), con il solo obbligo di mandare i figli a scuola. Il risultato è tale da convincere Yunus e i suoi collaboratori della bontà dell’operazione: gli ultimi del mondo (costituiti nel 94% dei casi da donne) non solo restituivano il prestito in tempi brevi, ma riuscivano a mettere in piedi attività redditizie e a liberarsi dall’usura, confutando tutti i luoghi comuni sulle capacità e sull’utilizzo del denaro da parte dei più poveri. La Grameen Bank ha permesso ad oltre 12 milioni di bengalesi di migliorare le proprie condizioni di vita ed è stata esportata anche agli altri paesi poveri del mondo, dove ora è presente con 1048 filiali in 35000 villaggi, divenendo un modello persino per la Banca Mondiale e facendo vincere al professor Muhammad Yunus il Premio Nobel per la pace 2006. L’appassionante vicenda di Grameen, divenuta anche un film, viene qui raccontata dallo stesso protagonista con una scrittura fluida ed avvincente che riesce a coinvolgere il lettore non solo negli umani sentimenti di compassione per i più poveri e deboli, ma anche nel ragionamento economico di un professore che decide di utilizzare le più complesse teorie economiche non più con la testa ma col cuore.

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