Il Bastone dei Miracoli

Il Bastone dei Miracoli
“Amicu meu, non fare così! Vieni ad accucciarti accanto a me!”. Melanpu percepisce la fine di Licurgo Caminera; gli asciuga le lacrime con le orecchie, gli lecca la punta del naso, corre fuori ad abbaiare contro la morte. Nella stanza i sei figli rimasti in vita (da dodici):  Ulisse, Achille, Ercole, Penelope, Elena, Antigone. Caminera ha voluto che fossero tutti lì nel momento del trapasso, per potergli consegnare un’eredità molto più significativa di qualsiasi bene materiale: un patrimonio letterario da condividere e riportare alla luce nella sua completezza. La storia di un paese, Irìchines, una piccola società patriarcale fondata sulla superstizione e sulla sottomissione a pochi uomini sanguinari; su tutti, Paulu Anzones, noto Muscadellu, il detentore del Bastone dei Miracoli che si dice doni al possessore potere, forza e una morte indolore. Nel suo armadio, oltre al bastone, Paulu si ritrova anche scheletri di ogni sorta: morti, violenze, crudeltà subite e perpetrate.  Le genesi, lo sviluppo e l’epilogo di un uomo che ha retto col suo bastone insanguinato una collettività prostrata e terrorizzata…
Svuotare la mente, disattivare qualsiasi fonte di disturbo esterno, stare seduti, possibilmente comodi: questi i principali requisiti per leggere con successo questo breve ma intenso romanzo di Salvatore Niffoi. Sarebbe un peccato, infatti, lasciare che le parole scivolino via senza assaporarle, perché tutte hanno un senso e niente è messo a caso. Una scrittura estremamente gradevole, nonostante la crudezza degli eventi e i tanti dialoghi in dialetto, che tuttavia non disturbano, anzi, rendono ancora più credibile e veritiero il racconto di una Irìchines primitiva e selvaggia; una realtà barbaricina fatta di crani fracassati a roncolate, di lingue recapitate per corrispondenza, di uomini gettati in un pozzo con una pietra al collo. Un inferno dove tuttavia si fanno strada in modo prepotente (proprio perché rari) improvvisi bagliori di calore umano: l’abbraccio tenero tra una madre e una figlia, quello mortale di due amanti in overdose, il gusto di due sfoglie di pane carasau spolverate con lo zucchero. Ma a Irìchines l’odore del sangue rappreso sovrasta quello delle sughere bagnate della pioggia; una Dogville sarda, dove sono le donne le principali vittime della brutalità del sistema. Un incubo circoscritto da lecci, dove edifici all’apparenza pacifici, nascondono spaventosi sottoscala, anfratti  dove recludere le figure femminili più irriguardose. Come nel film di Lars von Trier (e se fai finta di non aver letto un breve passo dove si fa riferimento al dopoguerra e a Mussolini), non riesci a capire in che epoca devi contestualizzare la narrazione; fino a quando non compaiono le automobili, chiaro segno che, gli abitanti di Irìchines, non sono poi così lontani da noi.

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