Il battello del delirio

Il battello del delirio
È uno strano ospite quello che ha dato appuntamento al capitano Abner Marsh nell’hotel Planters’ House di St. Louis, in una notte d’aprile del 1857. Ancora più strana è la proposta che quello straniero col viso di luna e gli occhi di tenebra fa al vecchio armatore mezzo in rovina. Joshua York, il diafano gentiluomo, vuole diventare suo socio rilevando il 50% della sua impresa, ed è disposto a costruire per lui il battello a ruota più elegante e veloce di tutto il Mississippi. Sarà un gioiello lussuosissimo e costosissimo, capace di realizzare il desiderio più grande del capitano: battere in velocità il mitico Eclipse. In cambio del denaro che intende profondere nell’impresa, York gli chiede discrezione e tolleranza verso le eventuali eccentricità della propria condotta. Per Marsh è affare fatto. A luglio il nuovo battello lascia New Albany fendendo le acque del fiume per intraprendere il suo primo viaggio. Marsh l’ha chiamato Fevre Dream ed è tutto uno splendore di marmi e legni pregiati. Un po’ meno splendidi sono gli amici che York fa salire a bordo. Escono soltanto di notte, sono lividi, sguscianti, sinistri. Poi Joshua comincia a ordinare soste inspiegabili lungo le rotte commerciali che stano seguendo, per fermarsi in luoghi che sono stati teatro di delitti orribili. Abner capisce che è venuto il momento di una spiegazione. Purtroppo per lui, ciò che scopre supera la sua pragmatica e rozza immaginazione. Quelli che viaggiano a bordo del Fevre Dream sono vampiri, ma non esattamente quelli tramandati dalla tradizione. Non temono l’acqua santa né le croci e se evitano l’aglio è per schizzinosità di palato. Sono antichissimi e sono rimasti in pochi, visto che sentono il richiamo dei sensi persino meno dei panda e si riproducono con estrema parsimonia. Anche il loro potere di trasformare gli umani in succhiasangue è un’altra delle favole nate dalla credulità popolare. In compenso, non possono esporsi al sole senza ustionarsi gravemente, e con una vigorosa botta in testa si riesce a farli fuori. Tutto sta ad essere abbastanza furbi e abbastanza rapidi nel colpirli, perché una cosa è vera di tutto quanto si dice di loro: sono molto astuti, molto veloci e molto, molto pericolosi...
Ogni navigatore posseduto dal primo vizio capitale incontra il suo Moby Dick. Per un folle orgoglio mescolato a un insano senso di vendetta, Achab si fa trascinare negli abissi dell’oceano dal feroce capodoglio bianco che sta inseguendo. Per la bramosia di vincere il legno rivale, Marsh arriva a mettere la giugulare a tiro dei canini di una cricca di centenari e famelici odoroten. George R. R. Martin, un grande del fantasy con una simpatica faccia da lupo di mare, è noto soprattutto per la monumentale saga delle Cronache del ghiaccio e del fuoco. In questo suo unico romanzo horror (che Gargoyle propone con l’ottima introduzione di Giuseppe Lippi, dalla quale c’è molto da imparare sulle trasferte americane dei nosferatu) rivisita il mito dei vampiri spurgandolo di ogni risvolto paranormale. Non si può dire che queste creature del buio abbiamo scelto di servire il Male. Semplicemente, sono di un’altra razza, una razza che uccide gli uomini (“il bestiame”) per placare la Sete rossa, e che lo fa con l’indifferenza degli esseri superiori verso gli inferiori. Quello stesso noncurante spregio che i bianchi schiavisti della seconda metà dell’Ottocento riservavano ai negri. Solo che non tutti riescono ad ammazzare senza rimorso. Già Anne Rice aveva scandagliato le angosce di un non morto dall’indole morale e problematica. Martin si spinge oltre, illuminando di risvolti messianici l’antagonismo fra il vampiro malvagio Damon Julian, un “cattivo Maestro” (ancora più perfido di Lestat) che domina i suoi seguaci a colpi di mesmerici sguardi, e il vampiro buono York. Perché Joshua ha inventato un elisir capace di placare l’arsura dei suoi simili senza spargimenti di sangue. È lui il Cristo delle tenebre, il pallido re delle leggende vampiresche, che rischia il tutto per tutto pur di condurre i suoi simili fuori dall’oscurità e mettere fine alle atrocità che hanno perpetrato per secoli. Questa nuova versione dei rapporti fra il popolo del giorno e il popolo della notte suggerisce possibili prospettive di pace, che poi ognuno è libero di interpretare come metafora di altre possibili paci fra genti irriducibilmente diverse. La cosa certa è che la tregua fra i due fronti avversi per natura si basa su una comune aspirazione alla bellezza. Quello che si instaura fra il raffinato e seducente York e il ruvido e brutto capitano Marsh è molto più di un sodalizio fra soci in affari. É una solida amicizia nata da un miraggio condiviso, quel battello stupendo che hanno desiderato, amato e realizzato insieme, e che, byronianamente, “incede in bellezza, come la notte”. Forse allora, come ha detto qualcuno, la bellezza può davvero salvare il mondo. Persino dai vampiri.

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