Il biografo di Nick La Rocca

Il biografo di Nick La Rocca

Storia di Nick La Rocca, già anima degli Original Dixieland Jazz Band, autoproclamato “The World’s First Man in Jazz”, limpida ragione di orgoglio italoamericano: figlio di un ex caporale trombettiere dell’esercito di Vittorio Emanuele II, bersagliere di La Marmora, partito in cerca di fortuna dalla piccola Salaparuta, dintorni di Trapani, alla volta di New Orleans. Nick era quarto di cinque figli, tutti mezzi musicisti, nonostante l’opposizione paterna: “La musica non dava pane. Girolamo ripeteva che i musicisti non erano che dei pezzenti e lui stesso aveva deciso di suonare soltanto in casa, per rallegrare la famiglia”. Orfano di padre a quindici anni, Nick campava come maschera all’Old French Opera e intanto familiarizzava con le opere liriche. Con quelle modeste entrate, poté comprarsi una cornetta e un fonografo, e di lì a poco cominciò a suonare ragtime con diverse band, a volte anche soltanto per bere (“No beer, no music”). Non sapeva leggere la musica, si arrabattava; e così nella vita (sapeva fare un po' tutto: idraulico, muratore, elettricista. Si dava da fare). Una delle band comprendeva i tre quinti della futura Original Dixieland Jazz Band: un giorno arrivò una chiamata per Chicago, loro all’epoca si chiamavano Stein’s Band from Dixie, e quando suonavano qualcosa c’era chi diceva loro: “Jass it up, boys”, dateci dentro, ragazzi, e da lì loro si battezzarono Stein’s Dixie Jass Band e di lì a poco ODJZ. E da Chicago finirono a suonare a New York. E da lì finirono in sala di registrazione. Registrarono il primo disco jazz quando nemmeno si sapeva come scrivere la parola “jazz” (“jass” o “jasz” o “jaz”?). E diventarono leggenda. Poi questa è la storia del biografo di Nick, cioè Harry Brass, borghese con una passionaccia per la buona musica, uno che già a 19 anni aveva scritto una lettera a Nick La Rocca promettendo di diventare il suo biografo, uno che poi s’era ritrovato al fronte per qualche anno ma appena rientrato a casa era andato a cercare il suo mito, per rinnovare il progetto con entusiasmo ragazzino, e aveva raccolto foto ritagli e storie, e infine era riuscito a scrivere il libro una dozzina d’anni dopo, descrivendo da pioniere un ambiente di musicisti radicale e bellicoso, falcidiato da rognosi problemi di diritti d’autore, da chiassosi antagonismi etnici, da ripetute millanterie da spaccamontagne...

Nuova edizione di una doppia biografia romanzata, originariamente apparsa per Besa nel 2005, Il biografo di Nick La Rocca è un lavoro estremamente intelligente che poteva conoscere diversa fortuna se fosse stato, sin da subito, pubblicato da un editore più adatto (Arcana, adesso, pure se decaduta e purtroppo molto claudicante, ha certamente la storia adatta a ospitarlo in catalogo) e se fosse stato sviluppato dall’artista con un respiro maggiore. Così com’è, è un lavoro sintetico, spesso soltanto abbozzato, altrimenti ellittico, spoglio della doverosa bibliografia e giocato per alternanza di capitoli tra uno e un altro personaggio; poteva essere uno spaccato, argomentato e romantico, della vita della nostra comunità italiana a New Orleans; poteva essere la restituzione, dettagliata e commovente, della vita dei tanti siciliani che s’erano ritrovati da quelle parti e della famiglia La Rocca, che profuma di veracità e di genialità; poteva essere un affresco dell’antagonismo tra neri e bianchi sia in quegli Stati Uniti che praticavano, sostanzialmente, l’apartheid, sia in quel microcosmo caotico e ruspante che era la scena musicale nordamericana dell’epoca; il professor Mugno riesce a intuire tutto questo ma rimane a mezza strada, divertendo ma non sconvolgendo, intrattenendo ma non ammutolendo. Nel contesto della letteratura dell’intellettuale trapanese, questo libro – a suo tempo apparso a quattro anni di distanza dal massimo risultato della letteratura mugnesca, cioè Opere terminali, emozionante e onesta biografia del suo radicale amico Giuseppe Lo Presti – mantiene fede alla sua eccezionale sensibilità per i figli della sua isola e della sua Trapani, nobilitandola come e quando merita. Pupi Avati ha detto che questo libro è “il più originale e divertente e istruttivo libro sul mondo del jazz e dei suoi eroi”: aggiungo che è probabilmente il canovaccio per un film che vorremmo vedere quanto prima.



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