Il blues del rapinatore

Il blues del rapinatore
Max è stato uno studente di scienze politiche (e di econometria ed economia empirica), anche se poi è diventato rapinatore di banche per scelta o per vocazione, come si direbbe in altri ambiti. È un tipo tosto che sa ideare un piano e metterlo a punto in modo impeccabile e conosce bene l’arte dell’inganno perché agisce dietro le quinte del potere. Ora però Max l’ha fatta grossa perché ha fatto fuori un pezzo grosso che più grosso non si può: il primo ministro. Ovvio che Max è adesso un po' disorientato e turbato perché l'omicidio è pur sempre qualcosa che è fuori dagli schemi, qualcosa che non si può certo programmare. Era di sicuro qualcosa che sarebbe stato meglio non fare, ma adesso è tardi e non si può tornare indietro. Certo, se lo avesse pianificato a dovere, Max avrebbe senz'altro previsto cosa fare dopo, ma ora non c’è tempo per organizzare o prevedere: è necessario agire. Max non è un tipo impulsivo e quindi ripulisce per bene le sue impronte digitali. Ha un'idea molto precisa di quello che ha toccato e come ha agito. Tracce così si possono togliere se si ragiona un po’. L'arma del delitto è ovviamente la cosa più importante e quindi Max ci sta particolarmente attento. È un'arma del delitto un po' insolita, prodotta da una delle nove e più antiche distillerie di Dufftown in Scozia, la più nota in tutto il mondo per la singolare forma triangolare della sua bottiglia dalla speciale fattura in vetro pesante. Sì, avete capito bene: l’arma del delitto è una bottiglia di Glenfiddich , whisky di puro malto invecchiato trent'anni…
Penna affilata quella di Flemming Jensen, attore, scrittore e regista danese noto per le sue numerose apparizioni teatrali, soprattutto di carattere umoristico. Il blues del rapinatore è il suo terzo romanzo e lo si può considerare a tutti gli effetti un’opera narrativa di satira sociale in cui Flemming Jensen si afferma come scrittore originale, bizzarro e curioso, particolarmente bravo a ficcare il naso nei fatti e nella memoria, a seguire ogni pista possibile. Jensen è un eccentrico, e lo si capisce leggendolo, forse perché guarda alla vita con una certa disperazione giocosa, ora scettica ora stoica. Sempre con il sorriso sulle labbra. Il romanzo è ben scritto, raffinato e divertente, ma anche serrato e concitato, frizzante e arguto. Flemming Jensen ha una scrittura fluida e accompagna in modo intelligente il lettore lungo tutto il romanzo senza mai lasciarlo un attimo e allo stesso tempo lo invita a ragionare per far capire cosa si nasconde dietro le parole.

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