Il buio fuori

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Culla Holme e sua sorella Rinthy vivono dei pochi prodotti di una terra avara in una capanna al limitare del bosco, nella povertà e nel degrado. La ragazza è incinta. Del fratello. Sta per partorire, ma Culla per vergogna non vuole chiamare la mammana per aiutare il bambino a nascere, ha paura che racconti in giro dell’incesto. Tiene ben lontano dalla capanna anche un calderaio di passaggio, fingendo che la sorella sia malata di qualcosa di contagioso. E quando il bambino nasce taglia il cordone ombelicale, porta il neonato nel bosco e lo abbandona. A Rinthy dice che è nato morto. Ma i pianti del bambino attirano il calderaio, che lo raccoglie e lo porta con sé in un paese vicino. Dopo una settimana Rinthy è di nuovo in grado di camminare e supplica Culla di mostrarle dove ha sepolto il bambino. A malincuore, lui la guida alla radura nel bosco…
Il secondo romanzo di Cormac McCarthy, datato 1968, è un poema pagano che canta di un’umanità quasi allo stato brado. Complesso e ostico nonostante la semplicità iconica della trama, è pervaso da un senso di arcaico, di ferino che richiama i miti classici più antichi e feroci, non quelli edulcorati che ci hanno insegnato a scuola: e non mancano neppure i richiami alla Bibbia. Rinthy, Culla (si chiama così anche in originale) e loro figlio si rincorrono per tutto il romanzo in un ossessivo, ipnotico ritmo circolare – rafforzato dai paragrafi in corsivo che parallelamente narrano le sanguinose imprese di tre sconosciuti, che alla fine convergono sinistramente con la vicenda principale - che ha molto dell’incantesimo, della nenia funebre. Il linguaggio è quello laconico di McCarthy, ma qui come distillato, concentrato, sublimato, duro come sasso. Gotico americano.

 

 

 

 
 
 
 
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