Il cacciatore capovolto

Il cacciatore capovolto
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È stato nel 1974, a Washington, quando durante l’incontro con i collaboratori della sezione russa del Dipartimento di Stato gli venne chiesto se per caso non volesse parlare un po’ del colonnello Abel che Kirill Chenkin ha iniziato a riavvolgere il nastro della sua vita e di quella del suo amico William Henrichovič Fisher, fino a rendersi conto che raccontare la vera storia di Willy ‒ come lui e gli amici semplicemente lo chiamavano ‒, non sarebbe stato possibile senza partire dal racconto della sua, di esistenza, e sopratutto di quella di una generazione intera. Quando infatti nel 1957 Fisher viene arrestato e condannato negli Stati Uniti, dice di chiamarsi Rudolf Ivanovič Abel, che in realtà è un ufficiale del KGB morto qualche anno prima a Mosca. Confessa poi proprio a Chenkin di aver dato quel nome al momento dell’arresto perché del suo amico Rudolf conosceva la biografia almeno quanto la sua, oltre che per dare un preciso segnale al Centro e poter tenere d’occhio “lo Svedeseˮ, ovvero quell’Aleksander Orlov maestro del doppiogiochismo che fino all’ultimo prestò servizio come consigliere degli americani sui servizi segreti sovietici, pur continuando a servire questi ultimi. Chenkin e Willy si sono conosciuti durante gli anni della guerra, quando Kirill viene in qualche modo allevato e istruito dallo stesso Fisher, prima che la vita li faccia perdere di vista per poi successivamente farli reincontrare, fino alla morte di Fisher. Willy era nato nel 1903 da padre operaio tedesco socialista emigrato poi in Russia, ed era un uomo molto colto, nonché un pittore dotato di una certa sensibilità artistica. Diviene presto una spia sovietica negli anni in cui lo spionaggio, la guerra delle informazioni riservate, è solo uno delle possibili varabili sul terreno della lotta politica internazionale. Fino a che con la Guerra Fredda il compito di Fisher diviene non già il semplice spionaggio dietro l’invisibile mimetismo diplomatico, ma lo spiare il nemico direttamente sul suo territorio...

La storia del mitico U2, l’aereo costruito dalla CIA in piena Guerra Fredda destinato allo spionaggio dello spazio aereo sovietico, abbattuto a Sverdlovsk con la conseguente cattura del pilota americano Francis Gary Powers che dopo mesi di estenuanti trattative viene scambiato sul ponte di Glienicke a Potsdam in Germania con il colonnello del KGB William Henrichovič Fisher, è diventata nota al grande pubblico sopratutto grazie alla trasposizione cinematografica fatta da Steven Spielberg con Il ponte delle spie del libro di James B. Donovan – l’avvocato di Abel, interpretato magistralmente nel film di Spielberg da Tom Hanks ‒, Strangers on a Bridge. Ciò che era meno noto è proprio l'incredibile vita del colonnello Abel nella sua reale identità. A tutto questo risponde proprio questo interessantissimo saggio del suo amico e allievo Kirill Chenkin, già pubblicato nel 1982 e oggi rieditato da Adelphi. Quello che la testimonianza di Chenkin lascia, al di la della complessa personalità di Fisher/Abel e del suo personale rapporto con il KGB e con quello che per lui quel controverso apparato ha rappresentato, è ‒ come osservato puntualmente nella prefazione da Aleksandr Zinov’ev ‒ proprio il sistema di cui per quasi quarant’anni l’Unione Sovietica si è cibata. Un sistema basato sul sospetto, sull’idea di sfruttamento e indebolimento dell’Occidente, cercando di corroderlo dal suo interno fino a prepararlo allo scoppio della futura guerra. “Il libro di Chenkin è […] il primo serio tentativo di rappresentare i fenomeni dell’espansionismo sovietico verso l’Occidente, precisamente in quanto espressione della vitalità di un simile sistema socialeˮ.



 

 

 

 
 
 
 

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