Il cacciatore celeste

Il cacciatore celeste

Un cerva, davanti a una palude. Una palude immensa, che nei racconti si congiunge al cielo, indefinita. Presi nel contatto di sguardi con la cerva, due cacciatori iniziano a cavalcare verso di lei, e così facendo si lanciano attraverso la palude. Cavalcano e cavalcano ancora e sono notte, sono oscurità, entrano nel sogno, la cerva un punto nero all’orizzonte. La cerva fugge, inseguita trasporta: la preda è al contempo guida. In un momento antico, fuori dai cardini del tempo lineare, l’uomo prima di cacciare era preso in un fluire di metamorfosi – un solo flusso di forme, dai ragni ai morti: non si poteva dire animale né uomo, bensì mutamento, “come dopo avvenne soltanto nella caverna della mente”. L’invisibile era visibile agli occhi, come dopo fu invece nascosto sempre più, scomparso. Allora ritorna nella pelle del tamburo dello sciamano: cavalcatura, viaggio, turbine dorato; estasi, possessione. Lo sciamano e il cacciatore, d’una caccia dapprima non tra uomo e animale, ma tra essere e essere, tra preda e predatore, la fuga incompossibile al ricongiungimento. L’uomo, staccandosi, imita: imita gli altri animali predatori, e si scopre cacciatore. Si tende attraverso il bosco tramite protesi. L’uccisione, il sangue, il sacrificio e la colpa. “Inseguendo l’animale, con lo sguardo che tenta di fissarsi su un unico punto, il cacciatore non si accorge che intanto sta inoltrandosi nell’ignoto”…

 

 

Il bosco e l’ignoto e la mente. Al lettore, di fronte alle pagine di vertiginoso respiro di Roberto Calasso, si offre la possibilità di abitare un attimo di riflessione, di sostare: e poi cavalcare fino al cuore della notte, muovendosi lungo paragrafi-sincope, ritmo pulsante di un pensiero nel suo appuntare, focalizzare, suggerire ispirato, colpire nello stupore, nella meraviglia, nel terribile. Un bosco d’alberi millenari, di parole che sono quinte pronte a mostrare altre quinte e altre ancora. Parole indagabili, abissi che si spalancano confondono e poi rivelano (spiragli che necessitano raro silenzio). Questo respiro del pensiero tocca lo sciamanesimo siberiano, il Paleolitico e i frammenti di racconto nei taccuini di Henry James, la macchina che calcola di Alain Touring e la selva di Artemide, Sovrana degli animali pura e feroce, anche qui frammento inarrivabile di incompossibilità di eros e caccia, “opposti e sovrapposti”; Orione il Cacciatore celeste, la breve età degli eroi, ultimi “uomini nati da dèi”, l’ultimo ostinato Platone e le Enneadi di Plotino, la mitologia greca e i luoghi-radici che collegano al profondo Egitto e, ancora, a quella vicinanza al di là delle parole tra esseri animali umani e non. Il saggio, ottava parte di un’opera in corso dal 1983 con l’uscita de La rovina di Kasch, è poliforme narrazione che s’accosta senza posa alle tracce e alla pelle del metamorfico, e pure s’avvicina, lucido d’una lunghissima notte di scoperta e tremore e bagliore, ai simulacri, ágalma dell’invisibile. Ed è già, nuovamente, fuga.



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