Il cacciatore di aquiloni

Il cacciatore di aquiloni
Fremont, California, 2001. Nella vita c’è un tempo per il rimorso, e un tempo per la redenzione, “C’è un modo per tornare ad essere buoni”. Questa possibilità si presenta per Amir 26 anni dopo: una telefonata dal Pakistan riporta alla luce un passato doloroso, mai dimenticato. Ventisei anni di sensi di colpa, a ripensare a quel maledetto giorno del torneo di aquiloni... Amir è un ragazzo afgano figlio di un ricco commerciante, Baba. Una infanzia trascorsa in una Kabul sfavillante e florida, una vita spensierata, passata a correre in giardino, a giocare a carte, a mangiare kebab al campeggio, a sorseggiare tè nelle lunghe giornate d’inverno. Una grande casa, a volte troppo vuota – la madre muore in seguito al parto – riempita dalla compagnia dei servitori hazara, Ali e il figlioletto Hassan, della stessa età del padroncino. I due ragazzi sono inseparabili, li si potrebbe chiamare amici o fratelli, anche se non è del tutto corretto: Amir è pur sempre il padrone, usa Hassan spesso come giocattolo, sfruttando la profonda devozione ed adorazione che il servo ha nei suoi confronti: "Per te, questo ed altro". Non è solo un discorso di ruoli o di etnie: la realtà è che è geloso, soprattutto per le attenzioni che il padre Baba nutre per il bambino. Hassan è sveglio, abile, di una sensibilità strabiliante quasi quanto la sua bontà, una purezza così cristallina in grado di mettere a disagio Amir, che si sente costantemente inadeguato. Sa di non essere il figlio che Baba avrebbe voluto, non condividono nessun interesse, non è forte e orgoglioso come lui. La possibilità di dimostrarsi all’altezza del padre si presenta per il protagonista all’età di 12 anni, durante la gara invernale di aquiloni. Amir, grazie all’aiuto del suo fidato hazara, abbatte tutti gli aquiloni avversari vincendo la competizione. Hassan si getta nella caccia dell’ultimo aquilone reciso, il trofeo più ambito. Ma sarà proprio quell’oggetto tanto prezioso ad incrinare il mondo magico in cui vivono: Hassan rifiuta di consegnare l’aquilone ad un gruppo di bulli poiché non vuole deludere il suo padrone, e questi per punizione lo violentano. Ad assistere alla scena, da dietro il muro, un impassibile Amir, che invece di intervenire scappa. E mente. Mente spudoratamente guardando in faccia Hassan, facendo finta di nulla. Mente a tutti, cercando di godere del trionfo e dell’apprezzamento di Baba, anche se il senso di colpa lo corrode. Lo corrode a tal punto da non poterci più convivere. Evita ogni contatto con Hassan, che cerca nonostante tutto di recuperare il rapporto. Ma non è sufficiente. Ed allora, con un ributtante stratagemma, fa incolpare Alì e suo figlio di furto; i due, nonostante le suppliche di Baba, decidono di andarsene. E da questo momento tutto cambia: l’invasione russa costringe Amir e Baba a fuggire, prima in Pakistan e poi in America, dove entrambi cercano di ricostruirsi una seconda vita. Nuove sfide, nuovi successi, nuovi dolori, anche se nulla ha lo stesso sapore sotto i cieli della California...La telefonata arriva come un pugno allo stomaco: Amir prende il suo coraggio e il suo rimorso e torna nella sua terra di origine, per cercare di riparare al male fatto e recuperare una serenità persa tanto tempo prima. E comincia così il lungo percorso di riscatto tra le macerie del regime talebano e la nebbia dei suoi fantasmi. Il riscatto ha un nome: Sohrab...

Opera prima di un medico americano di origine afgana, Il cacciatore di aquiloni ha costituito un vero e proprio caso letterario, tradotto e distribuito in ben 12 paesi. E’ un romanzo forte, coinvolgente, amaro. Perché non ci sono eroi, perché non c’è un lieto fine, perché a pagare sono soprattutto i bambini, perché mette per iscritto la progressiva decadenza e distruzione di una terra, l’Afghanistan, ricca di antiche tradizioni, profumi e sapori, sotto l’implacabile invasione russa prima, e sotto il giogo talebano poi. È una storia che parla dei difficili rapporti tra padre e figlio, delle (in)sormontabili divergenze tra ricco e povero, tra padrone e servo, tra sunniti e sciiti, tra pashtun e hazara. Lo scrittore ci trascina negli eventi - aiutato anche dallo stile narrativo in prima persona, e dalla scelta di mantenere alcuni termini chiave nella dicitura originale - nella bellezza e poesia della sua patria prima delle guerre, e successivamente nelle macerie dei bombardamenti, attraverso accurate descrizioni di luoghi e personaggi. Le figure tratteggiate sono complesse e sfaccettate, e presentano una precisa evoluzione psicologica, che riflette con realismo il passare degli anni e le differenti emozioni e sensazioni proprie di ogni età. In particolare, colpisce la costruzione del protagonista Amir: un bambino viziato, codardo, crudele, vittima della sua stessa cultura, combattuto tra l’affetto per il suo servo Hassan e le consuetudini sociali, in perenne lotta per conquistare l’affetto del padre. Poi un adolescente, che deve fare i con sé stesso, con i sensi di colpa, con la consapevolezza della sua meschinità e vigliaccheria, costantemente alla ricerca di un riscatto. E infine adulto, stanco di scappare dal passato, deciso a pagare il caro prezzo dovuto all’amico tradito. Un viaggio nel cuore ferito dell’Afghanistan e nell’animo di Amir, con la consapevolezza che nonostante tutto, anche nelle situazioni peggiori, c’è sempre la possibilità di riparare al male fatto. A fare da filo conduttore a tutta la narrazione, dal principio alla fine, è la metafora dell’aquilone: motivo di unione per i due bambini nelle terse giornate afgane, causa della terribile violenza su Hassan, speranza di un sorriso per Sorhab. E’ un libro che fa male, che lascia atterriti, che fa sentire impotenti di fronte alle barbarie che si presentano man mano. Anche il finale è di amara speranza, come non poteva essere altrimenti. Perché non tutto si può riparare, nonostante gli sforzi. Gli aquiloni tornano a volare, ma in un altro continente. Malgrado alcuni ruoli un po’ stereotipati, il combattimento tra Amir e Assef molto cinematografico – non a caso la Dreamworks di Steven Spielberg ne ha acquistato i diritti per la trasposizione su grande schermo, la cui uscita nelle sale è prevista per febbraio – è un libro toccante, che vale la pena di leggere, capace di commuovere profondamente e far riflettere.

 

 

 
 
 
 
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