Il cacciatore di draghi

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Medioevo, prima di Re Artù. In un “Piccolo Regno” situato nel bel mezzo dell’isola di Britannia, nel villaggio di Ham, vive un pacifico e pigro agricoltore dalla barba rossa e dalla pancia sporgente. Il suo nome – altisonante come quelli dei suoi compaesani – è Ægidius Ahenobarbus Julius Agricola de Hammo, ma tutti lo chiamano Giles. La vita nel Piccolo Regno scorre lenta e noiosa, quelli non sono certo “tempi di fretta e trambusto”: Giles è un tipo abitudinario, occupatissimo solo “a tenere lontana la miseria, e cioè a mantenere se stesso grasso e comodo come suo padre prima di lui”, senza preoccuparsi affatto del vasto mondo al di là dei suoi campi e dei confini del regno. Per questo ignora che non molto lontano da lui, tra le montagne, vive un gigante, il più grosso e stupido della sua razza, “corto di vista e anche piuttosto sordo”. Il mostruoso gigante è una sciagura ambulante: solo camminando distrugge foreste e campi, le sue orme sono buche profonde come pozzi. Un brutto giorno questo gigante si perde durante una delle sue catastrofiche passeggiate e si ritrova nel Piccolo Regno, proprio vicino al villaggio di Ham. È una notte limpida: le mucche sono nei campi e il cane parlante di Giles, Garm, prepotente con i suoi simili e servile con gli umani, è a caccia di conigli. Il gigante calpesta con noncuranza i raccolti, spiana l’erba da taglio, schiaccia una mucca come fosse uno scarafaggio. Guaendo di paura, Garm fugge a casa per avvertire il suo padrone. Giles sta dormendo e reagisce con rabbia ai lamenti del cane, ma poi capisce che effettivamente sta succedendo qualcosa di grave. La moglie pensa invece che sia una frottola di Garm e invita il marito a rimanere a letto, ma l’agricoltore si veste, carica il suo trombone con chiodi, cocci, ossa e sassi ed esce, passando per l’orto. Il gigante è poco lontano, enorme e terrificante. In preda al panico, Giles spara col trombone verso il faccione del gigante, che viene colpito ad un occhio e al naso. Pensando di essere stato punto da un qualche insetto feroce, il mostro fa dietrofront e torna verso le montagne. Giles è incredulo. Ma la sua impresa è stata vista da molti suoi compaesani, e agli altri ci pensa Garm con i suoi mirabolanti racconti…

Un contadino piccolo piccolo si trova senza volerlo proiettato nella dimensione di eroe nazionale: si crogiola nella sua vanità e fa il fanfarone, ovviamente, ma quando le sue nuove “responsabilità” lo vedono costretto ad affrontare addirittura un drago, i nodi vengono al pettine e la paura fa 90. Ma con l’aiuto di una spada magica e di un po’ di fortuna anche un villico pigrone può sembrare un cavaliere, no? Imperniata su questo canovaccio narrativo sempreverde – un tòpos anche della commedia all’italiana – si sviluppa una favola garbata e ironica, il divertissement perfetto per un medievalista del calibro di J. R. R. Tolkien. Pubblicato per la prima volta nel 1949 (con l’ingombrante sottotitolo Aegidii Ahenobarbi Julii Agricole de Hammo, Domini de Domito, Aule Draconarie Comitis, Regni Minimi Regis et Basilei mira facinora et mirablis exortus e le deliziose illustrazioni di Pauline Diana Baynes), il romanzo breve dell’autore de Il Signore degli Anelli arriva in Italia nel 1975 con questo titolo eminentemente Fantasy che può (o più probabilmente vuole, nell’intenzione dei curatori) risultare fuorviante. Il tono della storia è infatti più satirico che eroico: siamo nel territorio della commedia e non dell’epica, ma si sorride con gusto alle arguzie di Tolkien e il ritmo è serrato, lungo le 100 pagine scarse del volumetto. Una curiosità: il ruolo essenziale nella trama del trombone di Giles, un archibugio del XVIII-XIX secolo che ovviamente è del tutto anacronistico nel Medioevo britannico, suscita da sempre una certa perplessità nei critici. Possibile che Tolkien – uomo e autore attento al filologicamente e cronologicamente corretto fino alla maniacalità – abbia commesso un errore così madornale? No. Ecco quindi che qualcuno (soprattutto da Oltreoceano, figurati) ha avanzato l’ipotesi che lo scrittore volesse inneggiare al diritto di armarsi per difendere la proprietà privata. Ci pare una forzatura anche un po’ ridicola. Questa edizione presenta un notevole apparato di note e in appendice la prima versione del racconto scritta da Tolkien e l’abbozzo di un sequel che l’autore non portò mai a termine.



 

 

 

 
 
 
 

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