Il calcio dei ricchi

Il calcio dei ricchi
“Il più grande cambiamento del calcio di oggi non riguarda gli schemi di gioco e nemmeno i metodi di allenamento. Riguarda il pubblico”. Mezzo secolo fa a raccontare il calcio erano i grandi maestri di giornalismo, Gianni Brera su tutti. Ma Brera, che era il più grande romanziere del calcio, a ben considerare – come tutti i giornalisti dell’epoca - non raccontava la verità assoluta su ciò che vedeva allo stadio, ma solo la sua personalissima visione dei fatti. Brera amava tagliare, stravolgere, farcire di paradossi, a volte inventare. Amava condire e abbellire lo spettacolo che vedeva, adattando la realtà al proprio modo di raccontare. Era un artista che utilizzava da grande istrione la parola scritta per narrare al mondo intero il più affascinante sport del pianeta. Questo era possibile solo grazie al fatto che la partita era vista dai pochi fortunati presenti allo stadio e non c’era assoluta controprova che ciò che Brera o i suoi colleghi raccontassero aderisse realmente alla realtà. Oggi con il calcio televisivo e multimediale il rapporto tra giornalista e spettatore si è completamente ribaltato. La partita di calcio è entrata prepotentemente in ogni casa rendendo lo spettatore non solo attore passivo dello spettacolo ma vero e proprio protagonista. La competenza è diventata appannaggio di tutti. Tutti possono essere commissari tecnici, conoscere i più reconditi segreti della tattica o scovare il talento in erba in qualsiasi campionato del mondo. Ma tutto ciò chiaramente porta al paradosso della democrazia dell’informazione globale. “La verità sta sempre da un’altra parte, quindi chi conosce la verità è per definizione un bugiardo”…
Comincia dallo spettatore l’analisi – a tratti impietosa – del mondo del calcio moderno che il giornalista Mario Sconcerti, presenza di punta di tutti gli approfondimenti calcistici di Sky e prima firma sportiva del Corriere della Sera, compie a trecentosessanta gradi, in questo nuovo saggio firmato Dalai editore. Il calcio e i suoi protagonisti infatti, nonostante diano spesso l’impressione di rimanere totalmente sclerotizzati sui loro secolari e fondamentalisti principi, in realtà negli ultimi dieci anni stanno subendo una formidabile e fulminea trasformazione impossibile da arrestare. Dallo spettatore che diventa, grazie all’offerta televisiva e della Rete oramai personalizzata, il vero protagonista dell’evento al quale assiste, alla guerra per i diritti televisivi, vera panacea per i grandi club sempre più avidi di ricchezze da reperire ma fatalmente sempre più indebitati (e non sempre vincenti) e a rischio collasso, dall’arrivo dei grandi petrolieri e sceicchi capaci di spostare equilibri secolari di nazioni e squadre fino ad allora ai margini delle grandi scuole calcistiche (nel campionato inglese il Chelsea prima dell’avvento di Abramovich aveva vinto un misero scudetto nel lontano 1955 e presto, presumibilmente, accadrà lo stesso nel campionato francese e in quello russo), fino alle analisi – non solo tecniche – delle differenze fra le due nuove e diametralmente opposte filosofie o scuole di pensiero che impregnano da qualche anno il mondo del calcio, ovvero il guardiolismo e il mourinhismo. E poi uno sguardo al futuro, partendo inevitabilmente dal passato, osservando come oggi si sia irrimediabilmente trasformata per un bambino l’offerta calcistica grazie a vivai tutti rigorosamente a pagamento e dunque impossibilitati alla benché minima selezione, vivai che necessariamente rappresenteranno il serbatoio dei campioni del futuro. Tutto ciò raccontato da Sconcerti con il solito immancabile piglio da antropologo del calcio, attento e incuriosito più che dall’aspetto tecnico, dalle leggi che quasi misteriosamente regolano il più grande e popolare spettacolo di massa esistente.

Leggi l'intervista a Mario Sconcerti

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