Il cantiere di Bucavilla

Da qualche settimana nella remota borgata romana di Bucavilla c’è un giardinetto in meno e c’è un cantiere in più. Un cantiere enorme, che “spicca come un errore”. Al posto di ghiaia, altalene, scivolo rotto e castello fatto con i tubi, al posto di drogati, anziani e regazzini ora c’è una buca gigantesca scavata da ruspe, camion e altre macchine strane. Stanno costruendo un parcheggio, “una sciccheria, una cosa seria, una cosa con i livelli, che a giudicare dalla buca che sprofondava sempre più, sarebbero stati come gironi, giù giù dritti all’inferno, a parcheggiare in bocca al demonio, in culo a Farfarello, all’antipodi di Domineddio”. Un giardinetto in meno e un parcheggio in più. Per ora c’è solo un cadavere, in più. Da ieri. Nella buca del cantiere hanno trovato un morto: un mortammazzato, non un morto cascato per disgrazia. Un omicidio? Una morte bianca? C’è da scoprirlo, e a scoprirlo mandano Aurelio, ispettore di polizia originario proprio di Bucavilla. Il capo gli ha chiesto: “Quella borgata sulla Consolare, la conosci?”. Sì, la conosce. È “la scatola nera della sua infanzia”, altroché: l’infanzia di un bambino dislessico figlio del più grande cazzaro della storia della borgata, “un cazzaro destabilizzante, spietato, imperiale”. Per Aurelio Bucavilla è “il male, ma un male personale, segreto, privato”. Invece per il poliziotto il cantiere del parcheggio trasuda “un male grossolano, un male ovvio, pubblico”…

Dopo alcune innovative graphic novel e due opere teatrali, Marta Poggi ha scritto un romanzo. Ed era ora, perché è un romanzo davvero magnifico. Un noir immaginifico, una totentanz popolana intrisa di una romanità lontana anni luce da ogni trucido macchiettismo. Lo sperimentalismo del linguaggio della Poggi - a tratti davvero scintillante, deliziosamente innovativo e retrò allo stesso tempo - riesce a cogliere con esattezza la cultura, i caratteri, i tic, l’immaginario di una borgata romana senza rinunciare alla profondità. Insomma Il cantiere di Bucavilla è una operazione letteraria nobile, non l’ennesima declinazione di un format narrativo di successo. Niente bandedellamagliana e affini: i coatti ci sono, intendiamoci, ma sono solo sulle pagine, non dietro alla macchina da scrivere. Siamo più dalle parti di Carlo Emilio Gadda e Pier Paolo Pasolini che dalle parti di Giancarlo De Cataldo, ma con in più uno humour dolceamaro e una sorta di realismo magico che può ricordare vagamente il Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti. La Buca, con i suoi veleni chimici e spirituali, è una grande metafora e incombe sul tormentato protagonista e su di noi come una maledizione. Come il passato che ritorna, “come una sfortuna/ come un’anestesia”, come la stupenda malinconia struggente che riesce a regalarti solo un grande libro. E questo lo è.



 

 

 

 
 
 
 

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