Il canto di Kali

Il canto di Kali
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1977. Robert C. Luczak, squattrinato critico letterario e poeta alle prime armi, viene incaricato di recarsi in India, a Calcutta, per conto della prestigiosa rivista Harper's Magazine, per scrivere un reportage sul poeta Das, riapparso sulla scena dopo esser stato creduto morto per alcuni anni. Perché è stato scelto proprio il semi-sconosciuto Luczak? Lui crede sia merito dei suoi brillanti saggi critici sulla poesia di Rabindranath Tagore, in realtà più prosaicamente tre giornalisti più importanti hanno rifiutato l'incarico, e Luczak ha una moglie indiana, Amrita, una professoressa universitaria di Matematica, che tra l'altro lo mantiene col suo stipendio. Robert e Amrita partono per Calcutta portando con loro la figlia neonata Victoria nonostante il direttore di Other Voices – la piccola rivista letteraria per la quale Luczak lavora saltuariamente - Abe Bronstein tenti in tutti i modi di dissuaderli descrivendo la città indiana come un vero e proprio inferno. E infatti è proprio così che Calcutta si presenta agli occhi di Robert e Amrita al loro arrivo: sporcizia, fetore, caldo e umidità soffocanti, confusione, povertà allucinante. I due vengono presi in consegna da uno strampalato giovane che parla di Letteratura come fosse questione di vita o di morte, M. T. Krishna, che li guida in albergo. All'indomani Luczak incontra i vertici dell'Unione Scrittori del Bengala, e ottiene un quadro più chiaro della situazione: a quanto pare il celebre poeta Das nel 1969, a 54 anni, è stato colpito da una vera e propria crisi esistenziale, per la quale ha deciso di 'iniziare daccapo' la sua vita; fedele al motto di Gandhi per cui “Un uomo non può vivere se non è morto almeno una volta”, Das ha venduto tutto ciò che aveva ed è rientrato a Calcutta come aveva fatto tanti anni prima quando era solo un giovanotto di belle speranze proveniente dalla campagna e senza un soldo in tasca. Da allora, ogni tanto un suo manoscritto arriva via posta all'Unione Scrittori con preghiera di pubblicazione, una preghiera esaudita più che volentieri trattandosi forse del maggiore poeta indiano vivente. Lo stesso è accaduto per il nuovo poema pervenuto ai buoni letterati del Bengala, un coacervo di versi cupi, luttuosi e osceni che segna una svolta pesante nello stile di Das: Luczak tenta di organizzare un incontro con il poeta, ma viene scoraggiato in tutti i modi e allora si rassegna ascrivere un tiepido reportage senza colpi di scena. Ma la più terribile delle sorprese è in agguato: la notte successiva M. T. Krishna gli organizza un incontro con un suo amico che racconta a Robert una storia davvero incredibile: l'uomo - spinto da un suo collega di studi – ha fatto di tutto per entrare nella potentissima setta segreta dei Kapalika, adoratori della dea maledetta Kali che si macchiano di atroci delitti e praticano rituali agghiaccianti. Per superare la selezione iniziale si è dovuto procurare un cadavere, e gli è capitato il putrido corpo enfio e pallido di un annegato. Questo cadavere è stato resuscitato in una cerimonia segreta davanti a un antico idolo di Kali. Una storia orribile, non c'è che dire, ammesso e non concesso che sia vera: ma a Robert cosa interessa tutto questo? Semplice (si fa per dire): il cadavere annegato era quello del poeta Das...
Il canto di Kali è il romanzo d'esordio di Dan Simmons, maestro riconosciuto della narrativa fantascientifica e scrittore di ottimo livello anche nel campo dell'horror. Proprio a questa seconda branca del suo mestiere (e della sua arte) appartiene questo lugubre viaggio nei segreti dell'India, una sorta di incubo che Rudyard Kipling avrebbe potuto aver fatto dopo una serata a base di LSD e vino da poco prezzo. Orrori dimenticati, disgusto, putrefazione, persino un acido sapore di razzismo (che vi scoprirete con angoscia a condividere, vi assicuro) pervadono le pagine, rendendo la lettura un'esperienza davvero disturbante e malsana (nota bene: vuole essere un complimento, trattandosi di un horror), assolutamente indimenticabile. Echi di Lovecraft e - più lontani - di Salgari per un libro che non può mancare nella biblioteca di ogni appassionato che si rispetti malgrado le difficoltà di reperibilità attuali. Avete un amico o più probabilmente un'amica fanatica dell'India che non fa altro che menarvela con la storia delle filosofie orientali, della diversa sensibilità, della spiritualità indù? Regalatele questo libro. O cambierà idea e vi eleggerà suo eroe, o non vi rivolgerà più la parola. In ogni caso si leggerà un romanzo fottutamente emozionante. Il gioco vale la candela, tutto sommato. Per entrambi.

 

 

 

 
 
 
 
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